Verso il 1° maggio, il Messaggio della Cei

Al centro il «grido dei precari», il rispetto della domenica e la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. «Nei tanti disoccupati c’è Cristo che soffre»

Il «grido dei precari», il rispetto della domenica e la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi per la famiglia al centro del testo. «Nei tanti disoccupati c’è Cristo che soffre»

«Sono ancora molti nel nostro Paese i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano delal dignità del lavoro. In tante famiglie, le reti sono e restano vuote». È dedicato anzitutto a loro il Messaggio della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, in occasione della festa del 1° maggio. “Nella speranza, la dignità del pane”: questo il titolo del testo, diffuso oggi, mercoledì 29 aprile. «Il grido del precari è la periferia che, più di tutte, ci chiede premura», scrivono i vescovi, ricordando che «nei tanti disoccupati c’è realmente il Cristo che soffre». Per questo, «anche le nostre comunità cristiane sostano in una Veglia di riflessione e di preghiera, con cuore attento e vigilante. Esperta di umanità, la Chiesa sente il bisogno di spezzare il pane, perché con cinque pani si possa nutrire il pianeta. Nella condivisione, per farsi voce delle attese dei disoccupati e di chi sta perdendo il lavoro, con tanto ascolto, con cuore di misericordia e di cura: presenze umanizzanti che, come il Cireneo, si fanno carico delle croci sul cammino della vita».

Questa Veglia, si legge nel Messaggio, «si tinge dei colori della riflessione culturale, sorretti dalla dottrina sociale della Chiesa». E proprio da qui arriva il richiamo all’«impellente dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non sul mercato da solo, la forza stessa dell’economia. Si apre una sfida per superare quella finanza che, finora, si è presentata come negazione del primato dell’uomo». Decisivo il rispetto della dignità dell’uomo: «Dove non c’è lavoro – ricordano i vescovi – non c’è dignità. La persona si riduce a merce e mancando la dignità, l’umanesimo si svuota!». Di qui la domanda che interpella la Chiesa e l’intera società, «con trepidazione», sul futuro dei giovani. «Sentiamo – proseguono i vescovi – che questa precarietà è attesa di nuove strade, per la costruzione del bene comune. Con questi passi di speranza, va riscoperta, nel decennio dell’educare alla vita buona del Vangelo, l’arte dell’accompagnare. Significa soprattutto far abitare con fiducia il nostro tempo, con una vita sociale piena e partecipativa».
Sul concetto di “accompagnare” il Messaggio si sofferma: «Accompagnare vuol dire star vicino, condividere lacrime e speranze, in un’empatia che si fa misericordia vissuta e solidale, che sta alla base di ogni esperienza cooperativistica». Solo così «si radicano con fedeltà esperienze degne di coraggio come il Progetto Policoro o il Prestito della Speranza, iniziative ormai consolidate dopo la loro profetica intuizione. E partendo dalle terre del Sud, ferito da sempre, ora sono di sostegno anche alle Chiese del Nord, che si ritrovano ad accogliere la sfida della precarietà con sguardo non di paura ma di orizzonti nuovi e fecondi!». Decisivo il «rispetto della domenica», perché «se non si rispetta la domenica, non si avrà rispetto nemmeno per chi è disoccupato. E il lavoro diventerà schiavizzante e oppressivo».
Questa «solidale attenzione» al fragile e al precario, si legge nel Messaggio, «s’impara già in famiglia, che si fa scuola sociale nel suo stesso esserci: una famiglia vicina, che accompagna, è spazio che lancia in alto i cuori. Per ideali alti e veri. Un aquilone nel cielo azzurro, ma con un filo ben saldo nelle mani». E ancora: «Una famiglia unita, poi, pone nel cuore dei suoi figli il gusto della solidarietà nativa, come forma che permette di affrontare con fiducia ogni rischio. Mai da soli. Mai senza l’altro! In una casa solidale, s’impara a rischiare di più; ad investire con maggior coraggio; a guardare al domani con fiducia». Infine, «una famiglia riconciliata nella misericordia sa fare delle relazioni il tessuto vitale per un arazzo sociale che sa comporre, con pazienza, i diversi fili degli interessi specifici, spesso contrapposti». Per questo, concludono i vescovi, «vanno coniugati i tempi del lavoro con i tempi della famiglia, perché è da questa sorgente, vicina, unita e riconciliata, che può sgorgare un flusso vitale, capace di aiutarci a gestire questa crisi, etica, sociale ed economica. Solo insieme ne usciremo. Lottando contro la paura e l’indifferenza».
29 aprile 2015