Verso il referendum/10. Giovanni Tarli Barbieri: «Obiettivi buoni, soluzioni opinabili»

Il costituzionalista sul fronte del “no”: «L’opzione zero, meglio dello scenario potenzialmente conflittuale che emerge dalla riforma»

Il costituzionalista si schiera sul fronte del “no”: «L’opzione zero, meglio dello scenario ambiguo, potenzialmente conflittuale e sbagliato che emerge dalla riforma»

Per Giovanni Tarli Barbieri, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Firenze, «non è detto che una riforma del bicameralismo porterà a un assetto migliore di quello che abbiamo». Secondo l’esperto, che si schiera nel fronte del “no”, alcuni degli obiettivi di base della Riforma, come il superamento del bicameralismo e la limitazione a una sola Camera del rapporto di fiducia con il governo,«sono buoni, ma le soluzioni sono talmente opinabili che sarebbero peggiori della situazione in cui ci troviamo».

Quale è lo stato di salute della nostra Costituzione? Porta ancora bene gli anni che ha o le occorre un restyling?
La nostra Costituzione ha avuto nell’esperienza italiana il merito storico di avere consentito la nascita e lo sviluppo di un sistema democratico. È lecito porsi il problema di alcuni possibili revisioni puntuali, ma con le dovute precisazioni. Gli interventi a livello costituzionale devono essere convincenti dal punto di vista della forma e degli obiettivi, sennò la Costituzione abdica al proprio ruolo. Pensiamo ad esempio alla modifica del Titolo V: quella avvenuta nel 2001 aveva limiti così evidenti che oggi con il Referendum viene proposto una nuovo intervento. Le riforme istituzionali non necessariamente coincidono con quelle di revisione costituzionale: alcuni importanti obiettivi di riforma possono infatti essere raggiunti anche e meglio intervenendo su fonti subordinate alla Costituzione; penso, ad esempio alle leggi elettorali o ai regolamenti parlamentari.

Obiettivo della Riforma è il superamento del bicameralismo perfetto: occorre davvero? E questo Senato “ridotto”, che farà risparmiare, in che modo “raccorderà” Stato, Regioni e Comuni?
Sono d’accordo sul superamento del bicameralismo paritario, ma non è detto che una riforma del bicameralismo porterà a un assetto migliore di quello che abbiamo. È vero che serve una Camera davvero espressiva delle autonomie territoriali ma il disegno del nuovo Senato è del tutto ambiguo, sia per composizione che per funzione; ed è in ogni caso debole laddove le esigenze di raccordo sarebbero più forti, ossia nel procedimento legislativo. L’articolo 57, che riguarda la composizione del Senato, dice tutto e il contrario di tutto: che i senatori vengono eletti dal consiglio regionale con metodo proporzionale, però in conformità con la volontà degli elettori…insomma una camera eletta in secondo grado ma forse sostanzialmente anche se non formalmente elettiva. Quello che mi pare certo è che Regioni e Senato non parleranno con una voce sola. Secondo me il metodo proporzionale e l’assenza del vincolo di mandato faranno sì che questo Senato sarà una camera che ragionerà secondo logiche politiche e di appartenenza partitica. L’articolo 70, che regola il procedimento legislativo, non solo complica i meccanismi di formazione delle leggi, ma non risponde all’esigenza di un coinvolgimento forte del Senato in materie e ambiti in cui è più evidente l’impatto sull’esercizio dell’autonomia regionale: in sostanza, anche in ambiti di grande importanza per i territori gli emendamenti proposti possono essere praticamente ignorati dalla Camera.

A proposito del Titolo V: molte materie passerebbero alla competenza esclusiva dello Stato ma su alcune la definizione dei ruoli non è nettissima. Penso alla sanità: le Regioni hanno in capo l’organizzazione dei servizi, uno dei punti dove maggiormente è tangibile, ad esempio, la diseguaglianza tra nord e sud nell’accesso ai servizi. Come valutiamo la riforma dal punto di vista dell’autonomia delle Regioni?
Vengono depotenziate le Regioni a statuto ordinario e non si toccano quelle a statuto speciale, proprio laddove serviva un intervento correttivo. Gli statuti speciali non solo rimangono intatti, ma sugli stessi statuti si potrà intervenire con legge costituzionale e d’intesa con la regione interessata: questo comporta un allargamento della forbice tra i due tipi regione. Secondariamente, si potenzia moltissimo la competenza esclusiva dello Stato ben al di là del necessario. Va bene che per il turismo non si possono avere 21 regolamenti, ma, ad esempio, sulle politiche sociali l’accentramento massiccio non mi pare auspicabile. Senza contare che affiancare una serie di competenze esclusive delle regioni, che vengono esplicitate nel testo di riforma, a quelle dello Stato rende labile e opinabile il confine tra un ambito dell’intervento e l’altro. A ciò si può aggiungere che, in molti casi, materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato sono qualificate in modo diverso, ma tale da lasciar immaginare un qualche coinvolgimento dei legislatori regionali (si parla, cioè, in alcuni casi di “norme generali e comuni”, talvolta di “profili ordinamentali generali” e altri ancora) che però non si capisce fino a che punto e con quali limiti possano intervenire. Insomma, il rischio di non attenuare il contenzioso già troppo esteso tra Stato e Regioni appare forte.

Il referendum abrogativo prevederà un quorum ridotto mentre per proporre leggi di iniziativa popolare le firme necessarie saranno triplicate, da 50 a 150mila. Da una parte sarà più facile dire “no”, ma dall’altra non si rischia di scoraggiare l’interesse per la politica?
Trovo curioso che l’abbassamento del quorum riguardi solo i referendum proposti dai cittadini e non quelli proposti dalle Regioni. Più in generale, i nostri costituenti avevano le idee chiare, immaginavano una democrazia rappresentativa in cui l’esercizio della democrazia diretta era vista come un importante correttivo. Quando invece il testo di riforma allude, rinviando a future leggi costituzionali e ordinarie, a futuri referendum approvativi o d’indirizzo, riemerge il problema di evitare possibili cortocircuiti istituzionali, tanto più in quanto non sono previsti espressamente né le forme né i limiti di questi nuovi istituti. Per quanto riguarda l’iniziativa popolare, avrei immaginato sì il numero aumentato, ma con la previsione di più chiare ed esplicite garanzie circa l’esame da parte del Parlamento.

Qualcuno, a proposito dello scenario prospettato da questa riforma, parla di “strapotere” del governo: penso al commissariamento degli enti locali e alla cosiddetta “clausola di supremazia” rispetto alle materie di competenza regionale. Potrebbe essere così?
La clausola di supremazia mi preoccupa, anche se penso che sarà usata poco: lo Stato è talmente potenziato nelle sue competenze legislative che non ne avrà bisogno, anche se è un po’ curioso che l’attuazione di questo istituto sia rimesso all’esclusiva iniziativa del governo. A proposito, della produzione normativa, nel testo di riforma da una parte si tenta di contenere la decretazione d’urgenza, ma non efficacemente, dall’altra si immagina un procedimento a data certa subordinato al fatto che un disegno di legge sia definito essenziale per l’attuazione del programma di governo. Ora, i programmi di governo nel nostro Paese sono sempre molto evanescenti e non c’è un tessuto di limiti all’attuazione di questa proceduta. Infine mi chiedo: la prassi dei maxi emendamenti collegati alla questione di fiducia quantomeno alla Camera dei deputati continuerà ad esistere o no?

Soppressione del Cnel: cosa ne pensa? 
In generale, farei attenzione all’approccio populistico adoperato sulla questione dei costi, anche perché si tratta di un problema che può essere affrontato meglio intervenendo a livello legislativo anziché su quello costituzionale. Si può tranquillamente immaginare una soppressione del Cnel, ma non escludo che occorra individuare un organo simile, anche perché esiste a livello europeo una rete di organi nazionali analoghi collegata al Comitato economico e sociale dell’Unione europea.

Riassumendo: quali sono i lati positivi della Riforma Boschi? Quali invece le criticità e i rischi? Riusciamo a dare un voto?
Vedo positivamente alcuni obiettivi, come la riforma del bicameralismo e la limitazione a una sola Camera del rapporto di fiducia con il governo, ma non condivido gran parte delle soluzioni escogitate dal testo di riforma. Nel complesso, la mia valutazione è quindi negativa.

Perché un elettore dovrebbe votare no?
Come ho detto, alcuni obiettivi di base sono buoni, ma le soluzioni sono talmente opinabili che sarebbero peggiori della situazione in cui ci troviamo. L’opzione zero si configura paradossalmente meglio dello scenario ambiguo, potenzialmente conflittuale e sbagliato che emerge dal testo di riforma.

11 novembre 2016