“Vice”, ritratto di Dick Cheney, per 8 anni numero due di Bush

Nelle sale dal 3 gennaio il film di Adam McKay che attraversa mezzo secolo di vita americana, sempre tenendo al centro “l’uomo nell’ombra” del presidente americano dal 2001 al 2009

La nomina a vice presidente di George W. Bush, ricoperta dal 2001 al 2009, è stato il momento culminante di una carriera condotta con abilità, astuzia e una grande strategia comunicativa. Così si è imposto all’attenzione degli Stati Uniti (e quindi del mondo) Dick Cheney, la cui storia, tanto fatta di ruoli importanti quanto affidata a accadimenti poco conosciuti, è ora affrontata da Adam McKay nel film “Vice. L’uomo nell’ombra”, nelle sale dal 3 gennaio. Il regista è partito da una giusta premessa, quella che, al par suo, molti americani, conoscevano poco di questa figura, per più versi elusiva e misteriosa.

Cheney era in pratica un libro aperto sul quale potevano essere scritte pagine le più differenti e imprevedibili. Con questi presupposti, McKay ha pensato che non fosse giusto rinunciare a descrivere la vita e le opere del protagonista da giovane. Si trattava invece di offrire un approccio il più possibile completo ma non cronachistico né consequenziale: così il racconto dei fatti attraversa mezzo secolo di vita americana, sempre tenendo al centro Cheney, colto all’inizio come operaio elettrico del Wyoming, zona rurale e contadina. Eccolo in seguito farsi strada nel tessuto politico di Washington DC con l’amministrazione Nixon, e poi operare uno spavaldo legame con Donald Rumsfeld, segretario di Stato.

La novità, che è anche il particolare approccio offerto da McKay, è nel totale rimescolamento delle carte al quale la sceneggiatura si affida. Il copione svaria tra passato e presente, propone Cheney giovane e nell’età matura, con l’intenzione non di frammentare il racconto ma di renderlo più compatto e incisivo. «Questo – dice McKay – è stato un capitolo gigantesco della storia politica degli Stati Uniti che non ritengo sia stato mai completamente analizzato sul grande schermo. Un tassello essenziale del puzzle che ci fa capire come siamo arrivati in questo momento storico, in cui il consenso politico è raggiunto attraverso la pubblicità, la manipolazione e la disinformazione. E Dick Cheney era l’uomo al centro di tutto questo».

In una storia che inizia nel Wyoming anni ’50 e arriva fino ai primi anni del XXI secolo, McKay ha potuto arricchire il racconto utilizzando molti elementi del tutto non convenzionali, tra i quali un narratore con voce fuori campo come una sorta di cicerone/commentatore, e alcuni dialoghi di taglio comico/surreale che spaccano il realismo della vicenda e ne recuperano la imprevedibile leggerezza. Il film mantiene quindi un andamento del tutto serio e veritiero, racconta senza sottrarre niente alla comprensione dei fatti, si fa critico e di denuncia, e tuttavia non scade nella semplice messa alla berlina del personaggio. Anzi, sottolineando l’astuzia quasi programmatica del protagonista ne fa un perfetto prototipo di quel potere che, appunto, non si vede, un modo furbo per lavorare sottotraccia, quasi senza darlo a vedere, illudendo amici e avversari.

Accanto a Dick Cheney, cui Christian Bale (già Premio Oscar), conferisce una maschera magnetica e subdola di grande spessore, va ricordata Amy Adams, nel ruolo della moglie Lynne, forse decisiva per costruire il destino politico del marito. Un film di taglio storico/sociale di grande interesse per capire meglio il nostro presente.

7 gennaio 2019