“Vorrei”, cantare l’amore con la poesia di Guccini

Versi che entrano in maniera dirompente nella realtà delle cose, dagli odori delle piante alle pietre e alle strade, come omaggio alla persona amata

Se c’è un tema da sempre onnipresente nelle canzoni è l’amore, soprattutto quello ferito o perduto, ma molto spesso nel testo il rischio è la banalizzazione, anche quando un arrangiamento musicale ben confezionato meriterebbe qualcosa di meglio. Pur se è vero che molti brani hanno sfondato per il loro ritornello o anche solo per alcune parole chiave che dopo anni restano nella memoria e finiscono per essere cantate quasi inconsapevolmente, sotto la doccia o mentre si guida.

Diverso è il caso, meno comune, dei testi che cantano l’amore sfiorando o raggiungendo i confini della poesia, entrando in maniera dirompente nella realtà. Non sempre facili da cantare sotto la doccia ma che lasciano un’emozione viva impressa nel cuore. Crediamo che a questa categoria appartenga “Vorrei”, scritta da Francesco Guccini nel 1996 e collocata nell’album “D’amore di morte e di altre sciocchezze” (il diciassettesimo della sua carriera).

«Vorrei conoscere l’odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino, respirare nell’aria sale e maggese, gli aromi della tua salvia e del rosmarino». È significativo quest’inizio, dal quale si percepisce che la persona che abbiamo di fronte, con cui condividiamo la nostra vita, ha un vissuto, una provenienza, una storia familiare e territoriale con cui ora la nostra storia si compenetra. Ma è anche coraggioso iniziare una canzone in questo modo, parlando di sale, salvia e rosmarino, e proseguire così: «Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri, le strisce delle lumache nei loro gusci, capire tutti gli sguardi dietro agli scuri».

È in fondo la conferma che «vive in fondo alle cose la freschezza più cara», come scriveva il poeta inglese Gerard Manley Hopkins. È lo sguardo sulla realtà a nutrirci, a tenerci vivi, con le “cose” più semplici. Come i “ciuffi di parietaria”, un verso che entra nella realtà a tutto tondo (pensiamo a quanto sia diffusa), ma che costò a Guccini una critica del suo manager Renzo Fantini. Il celebre cantautore raccontò che Fantini «odia tutto ciò che non è piano e perfettamente comprensibile, ha passato un mese a domandarmi “Ma secondo te la gente sa che cos’è la parietaria?”» (forse Fantini avrebbe dovuto chiedere a chi soffre di allergia, e non sono pochi).

Aneddoti a parte, restano i versi della canzone che sgombra il campo, con quella “freschezza più cara” che la caratterizza, dall’annoso dibattito sul fatto se i testi delle canzoni possano arrivare ad essere poesia. «Vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso e per farmi da te spiegare cos’è cambiato e quale sapore nuovo abbia l’universo. Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona o il mare di una remota spiaggia cubana o un greppe dell’Appennino dove risuona fra gli alberi un’usata e semplice tramontana e lo vorrei perché non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei ed io…». Quasi un’interruzione di esistenza, come una “ferita” dovuta all’assenza della persona amata, nell’attesa del suo ritorno. E parole che restano in sospeso, come nell’amore vero, quando le parole non servono più.

 

17 ottobre 2018