Piano jazz tra “Le macchine e gli dei”
Intervista al pianista jazz Danilo Rea, ospite della rassegna “Montemartini Blu Note”, diretta da Federica Gentile e realizzata nell’ex centrale termoelettrica di via Ostiense il 28 e 29 Maggio di Concita De Simone
Note suadenti che riecheggiano dagli angoli di una Sala Macchine. La musica che riesce ad avvolgere e scaldare pur nella freddezza degli apparecchi circostanti, tra una turbina a vapore e colossali motori diesel.
Succede da qualche mese a Roma con la rassegna jazz “Montemartini Blue Note” ospitata nella suggestiva Sala Macchine della Centrale Montemartini (Via Ostiense, 106), nuovo polo espositivo dei Musei Capitolini nella ex Centrale Termoelettrica Giovanni Montemartini, particolare esempio di archeologia industriale riconvertito in sede museale.
Ancora due ospiti – Danilo Rea al piano il 28 maggio e in trio il giorno seguente, più Roberto Gatto in quartetto il 4 e 5 giugno – sempre in due repliche, alle 20.00 e alle 22.00 – e poi la programmazione riprenderà a settembre.
Sul sito www.centralemontemartini.org è possibile fare anche una visita virtuale. Ci si accorge così che i luoghi e i percorsi espositivi sono rimasti integri, ma in un suggestivo gioco di contrasti accanto ai vecchi macchinari produttivi della centrale sono esposti capolavori della scultura antica e preziosi manufatti. Questi ultimi, si scopre, sono stati rinvenuti negli scavi della fine dell’Ottocento e degli anni Trenta del 1900, ed appartengono alla collezione “Le macchine e gli dei”, dei Musei Capitolini.
Così, tra archeologia classica e archeologia industriale, in uno spazio di 240 mq, con 160 posti a sedere, ecco spuntare il jazz con la rassegna “Montemartini Blue Note” organizzata da Zètema Progetto in collaborazione con Rai Nuovi Media, per la direzione artistica di Federica Gentile, che, raggiunta da Romasette, dichiara che quella del jazz «è una scelta precisa. Amo molto questo jazz di ampio respiro e ogni occasione è buona per diffonderlo al grande pubblico. E, infatti, vengono anche persone che non andrebbero mai in un tempio del jazz. E’ un luogo pieno di contrasti già solo come museo, poi, sentire questa musica celestiale tra i motori a diesel, contribuisce a spiazzare».
Dallo scorso aprile, ogni venerdì e sabato, si sono avvicendanti i grandi nomi del jazz italiano tra cui Stefano Di Battista, Remo Anzovino, Enrico Pieranunzi, Gegè Telesforo e Maurizio Giammarco. Obiettivo ultimo, visto il biglietto d’ingresso a costi contenuti – 7 euro – comprensivi di degustazione di vini del Lazio nel wine bar a cura dell’Enoteca Regionale Palatium, diffondere arte e cultura a 360°.
«Ci sono buone possibilità per una seconda edizione, a partire da settembre, magari anche con generi musicali diversi», ci rivela fiduciosa Federica Gentile, volto e voce nota per il pubblico Rai.
Che lo speciale auditorium sia molto suggestivo, ce lo conferma nella nostra intervista anche Danilo Rea, talentuoso pianista jazz nato a Vicenza nel 1957, cresciuto a Roma, e diplomandosi al Conservatorio d Santa Cecilia. Dagli esordi con il Trio di Roma (insieme a Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto), a metà degli anni Settanta, ai successi come componente dei Doctor 3, sempre con Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra), poi come solo performer, passando per collaborazioni prestigiose (Chet Baker, Lee Konitz, Steve Grossman, Bob Berg, Phil Woods, Michael Brecker, Joe Lovano, Gato Barbieri, ma anche Mina, Claudio Baglioni, Gino Paoli e Pino Daniele), Danilo Rea si è affermato come musicista dal tocco elegante e dall’innato gusto melodico.
Quanto conta il luogo dove si suona per un jazzista?
Conta tanto. Ma è importante anche il pubblico. E’ un insieme che aiuta l’ispirazione di un musicista jazz, che crea lo stato d’animo giusto per improvvisare. Lo scorso ottobre ho suonato ai Musei Capitolini, sotto la statua del Marco Aurelio. Bhe, mi sono emozionato. Anni fa feci la direzione artistica di un concerto dentro al Colosseo. Anche lì, grande emozione. Quando arrivi a suonare in posti così, senti tutto il peso del luogo, la storia che racconta. Per l’ispirazione, certo è fondamentale, ma sono posti che mi colpiscono innanzitutto come persona.
Tu hai già visto la centrale Montemartini, che te ne pare?
Ho suonato per il concerto d’apertura di quest’anno e poi c’ero già stato anni fa con i Doctor 3. E’ un posto suggestivo, ma siccome non è stato creato per la musica, ci sono alcuni limiti. Per suonare il piano solo va molto bene, in generale per le sezioni acustiche. Non bisogna però alzare il volume, insomma, perché non ha i muri insonorizzati. Ma resta una scenografia molto particolare.
Che repertorio proporrai?
Il 28 sarò solo al piano. Il 29 sarò con Stefano Pagni al contrabbasso e Alessandro Paternesi alla batteria. Il repertorio sarà quello che mi contraddistingue ormai da anni. Sono stato tra i primi jazzisti a suonare brani poco consoni per gli standard tradizionali. Dalla musica anni Settanta al progressive, dai Beatles alle arie liriche. Ho sviluppato questa disciplina che prevede un linguaggio modificato. Mi piace improvvisare, componente fondamentale del jazz, ma sono da sempre aperto al dialogo con altri generi musicali per trovare nuove suggestioni.
28 maggio 2010