La Cappella Sistina e la bellezza, via per la fede
Chiuso il ciclo di incontri dell’Ufficio catechistico della diocesi sul Rinascimento a Roma con il cardinale vicario Agostino Vallini e il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci di Mariaelena Finessi
Con l’incontro all’interno della Cappella Sistina, in Vaticano, termina l’iniziativa – a cura dell’Ufficio catechistico e della Sezione Arte sacra e beni culturali del Vicariato di Roma – «1512-2012: a cinquecento anni dalla Volta della Sistina e dalla Stanza della Segnatura. Raffaello, Michelangelo e il rinascimento a Roma». All’incredibile folla riunitasi qui la sera del 26 marzo per ascoltare da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, una relazione magistrale sulla nascita degli affreschi michelangioleschi, viene concesso, in via del tutto eccezionale, di sedersi a terra, sul prezioso pavimento, e sui gradini che conducono all’altare. Il luogo, sia chiaro, «è carico di mistero», come giustifica il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, «e non solo per il suo valore artistico», per cui si motivano certe precauzioni, «ma soprattutto per la storia della salvezza: qui, infatti, avviene l’elezione del Papa»: la guida della cristianità. Dunque, oltre che «per godere delle bellezze d’arte che la città conserva come in uno scrigno, il senso di questo ciclo di incontri è ecclesiale: imparare a trasmettere la fede – conclude Vallini – attraverso la pulcritudine, la via della bellezza».
Apice del sapere artistico, nella Sistina si pratica «la virtù del silenzio – esordisce Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani – per avvertire il rumore della storia, anzi il “rombo del sacro” come direbbe il cardinale Gianfranco Ravasi». Da qui passano 5 milioni di persone ogni anno, che si lasciano «frastornare davanti ad una simile sciarada teologico-strutturale». Ben 45 metri di lunghezza, 16 di larghezza e alta, al suo culmine, 21 metri per un totale di 2500 metri quadrati di affreschi. A volerli fu Sisto IV della Rovere che ordinò «di replicare le misure del perduto tempio di Gerusalemme». Nelle intenzioni, infatti, la Sistina deve essere il luogo identitario della fede cattolica: è la rappresentazione in figura della dottrina.
Sisto IV chiama a Roma i migliori artisti del tempo, da Perugino a Botticelli, da Ghirlandaio a Signorelli e altri ancora, che dal 1481 al 1483 lavorano tutti insieme alle pareti laterali della Cappella. Ciò che viene resa per immagini è la storia dei due legislatori, Cristo e Mosè. E «poiché per tradizione esegetica l’antico testamento è sempre stato letto come prefigurazione del nuovo, sulle pareti che si fronteggiano vengono dipinte in maniera speculare le vicende di Mosè, «cioè di colui che ha portato tra gli uomini la prima legge», e quelle di Cristo, «che ha portato invece l’ultima, definitiva legge».
Terminate le pareti, segue un periodo di stasi finché nel 1508, «data indimenticabile per la storia dell’arte», un papa, Giulio II – nipote di Sisto IV – chiama a Roma il 33enne Michelangelo con l’incarico di dipingere la volta della Sistina. Per quattro anni, dal 1508 al 1512, Michelangelo se ne sta disteso, da solo e schiena a terra, sui ponteggi costruiti da Bramante. Quanto al significato degli affreschi, «l’artista ha, sì, consultato dei teologi ma è troppo autonomo concettualmente per rispondere all’altrui pensiero». La sua è una «capacità mitopoietica», cioè innova l’iconografia tradizionale sulla creazione dell’uomo, frutto di un impasto di fango. «Qui l’uomo già esiste: è parte della natura. Aspetta solo il soffio divino della vita». Immagine, dopo immagine, c’è infine l’Apocalisse, «che Michelangelo interpreta come fine della storia».
Ciò che Buonarroti consegna al mondo è dirompente e desta scandalo: «Addirittura se ne parla nel Concilio di Trento ». Le nudità di quei corpi vanno coperti. Michelangelo si rifiuta. Bisognerà attenderne la morte perché si trovi il coraggio di far mettere mano alla Sistina. Sarà Daniele da Volterra colui che vestirà di perizomi i corpi nudi ritratti, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Braghettone”. La ricompensa più grande per il lavoro michelangiolesco saranno allora le parole di Anton Francesco Doni «quando dirà che il giudizio universale prima o poi ci sarà ma che, quando questo avverrà – conclude Paolucci -, neanche Dio saprà discostarsi da quanto Michelangelo ha immaginato».
27 marzo 2012