All’Argentina “La ragazza del villaggio”
La violinista russa Viktoria Mullova si esibisce il 31 gennaio in un concerto nato come tributo al jazz, al mondo nomade e all’Europa dell’est di Mariaelena Finessi
Protagonista, nell’83, di una rocambolesca fuga dall’Unione Sovietica attraverso la Finlandia per fuggire da un paese di poca libertà, la violinista Viktoria Mullova rappresenta la sintesi di quella disciplina ferrea, ben nota ai musicisti suoi conterranei, come pure di una certa raffinatezza musicale europea. E ciò che oggi la critica mondiale le riconosce è la coraggiosa esplorazione di tutto il repertorio per violino, dal barocco alla musica contemporanea, dalla world fusion alla musica sperimentale.
A Roma si esibirà – ospite dell’Accademia Filarmonica Romana – giovedì 31 gennaio al Teatro Argentina con “La ragazza del villaggio”, concerto nato come tributo al jazz, al mondo nomade e all’Europa dell’est. «All’inizio il criterio per la scelta della musica è stato semplice: suonare quella che amavamo», racconta l’artista moscovita, che nello spettacolo sarà affiancata da un quartetto formato da Paul Clarvis e Sam Walton alle percussioni, Julian Joseph al pianoforte e Matthew Barley al violoncello, autore quest’ultimo anche degli arrangiamenti oltre che compagno di vita di Viktoria.
Incontro e scambio fra diversi mondi musicali, quello più classico e barocco che Viktoria ha studiato e interpretato in circa trent’anni di carriera e quello più improvvisato di Barley e della sua band, “La ragazza del villaggio” è occasione per saggiare anche i differenti background culturali dei suoi esecutori. «Via via che il progetto prendeva forma, ci siamo accorti che emergevano alcuni temi – spiega Barley, compagno di Viktoria, dopo Claudio Abbado -. Ovviamente era presente l’Ungheria con Kodaly, come pure il mondo dei gitani e le suggestioni di Bartok e di Django Rheinhardt, chitarrista jazz cresciuto negli insediamenti tzigani vicino Parigi e componente dell’Hot Club Quintet con Stephane Grapelli».
E però mancava altro: «Qualcosa che si radicava nella concezione estetica di base di Viktoria – continua Barley -, nel suo modo di relazionarsi al mondo e soprattutto alla musica che ama e che suona». Quella semplicità come anche quel virtuosismo che viene dal cuore. «Mentre meditavo su tutto ciò, abbiamo ascoltato “The Peasant” dei Weather Report e mi sono reso conto che questa era la chiave che stavo cercando». Tutto era racchiuso nella parola “peasant”, di origini francesi, là dove “pays” sta a significare “nazione”, “terra”. «Abbiamo cercato una musica che abbia la semplicità e la bellezza della terra, o che in qualche modo venga dalla terra, come la magica serie dei “Quarantaquattro duetti” di Bartok, i cui temi furono raccolti dallo stesso compositore nel corso delle sue spedizioni etnomusicologiche nei campi dell’Europa orientale».
Un ricco programma dunque, quello che Mullova – artista poco più che cinquantenne, incline a percorrere nuove strade – offrirà al pubblico romano: una sapiente combinazione di tradizione popolare e di repertorio tzigano a cui si aggiunge la musica della band francese Bratsch e di DuOud, coppia di musicisti del nord Africa in grado di rivisitare in chiave elettronica i suoni tradizionali dell’oud, sorta di liuto arabo. In scaletta anche i brani di Weather Report, per l’appunto, la leggendaria band di jazz fusion attiva negli anni Settanta e Ottanta, e di John Lewis. «Ci auguriamo che questa musica possa avere un impatto emotivo, sia esso di pace o di tumulto, di tristezza o di gioia, e che questo aspetto, per noi vincolante, si dimostri più importante di qualsiasi definizione di genere. La musica – sintetizza Barley – è la musica».
25 gennaio 2013