Attacchi di panico e fobie, come fronteggiarle
Attività quotidiane prive di una pericolosità oggettiva diventano causa di forte disagio. Il percorso di recupero verso un’esistenza più serena può essere lungo e faticoso di Angela Dassisti
Nell’articolo precedente sono stati affrontati in generale i disturbi d’ansia con l’obiettivo di fornire alcune informazioni sulle caratteristiche, la frequenza e la pervasività nella vita degli individui. Esistono tuttavia dei casi particolari, caratterizzati da fobie specifiche: fobie sociali, timore degli spazi aperti o degli spazi chiusi, attacchi di panico. Tutti questi disturbi si presentano in circostanze tipiche, ma spesso non sono motivati dalle condizioni contingenti, e sono legate alla preoccupazione della persona in quel momento. L’emozione che viene percepita in queste circostanze è l’ansia, ma di cosa?
In precedenza è stato esplicitato come la sensazione di agitazione e di preoccupazione sia improvvisa e pervasiva nel momento dell’attacco, e non permetta all’individuo di pensare lucidamente alla situazione, né di affrontarla adeguatamente e con raziocinio, poiché prova paura. Paura di perdere il controllo, paura di fare una brutta figura, paura di stare male e di morire.
A “freddo” le persone che soffrono di questi disturbi sono consapevoli della non pericolosità di una piazza, dell’autobus o di un ascensore, tuttavia non sono in grado di controllare la situazione di panico e preferiscono evitarla. Pertanto attività quotidiane che non hanno una pericolosità oggettiva diventano causa di forte disagio e rappresentano una invalidante barriera ad una vita serena per numerosi individui.
Il motivo non sempre è di facile comprensione, ma di solito dinanzi alla paura la reazione più evolutivamente funzionale è la fuga, l’evitamento della situazione ansiogena. L’attacco di panico ha un esordio improvviso, contrariamente all’agorafobia/claustrofobia o alle fobie sociali, ma tutti si accompagnano o si amplificano in seguito alla presenza di sintomi fisici intensi, confusione, sensazioni spiacevoli che fanno pensare ad un malore, innescando pensieri di pericolo e di vergogna.
A poco servono consigli del tipo “resta calmo”, piuttosto che la presenza di un amico o di un conoscente, e notoriamente i tentativi di evitare la situazione non costituiscono delle soluzioni, ma consolidano il persistere del problema. Evitare le occasioni che potrebbero innescare questi meccanismi sembra in un primo momento la cosa più saggia da fare, ne va della nostra stessa immagine e salute. Tuttavia a lungo andare si scopre di fare una vita inconsueta, reclusi nella propria difficoltà, e diventa molto facile deprimersi per i propri fallimenti.
Allora cosa si può fare? Rivolgersi a degli specialisti del settore può rappresentare un primo passo verso la presa di coscienza del problema. Non esistono soluzioni fai da te, né esposizioni forzate all’evento senza la giusta preparazione: si rischierebbe di confermare la propria inadeguatezza ed il proprio fallimento.
In genere le terapie cognitivo-comportamentali sembrano avere un discreto successo nella cura di questi disturbi. Esse si rivolgono al sintomo e cercano di individuare con il paziente le emozioni durante gli attacchi, cosa compromettano rispetto agli scopi di vita e che tipo di vulnerabilità costituiscano. Il paziente viene messo al corrente delle caratteristiche del disturbo e stabilisce con il terapeuta un’alleanza, concordando le modalità di lavoro e gli obiettivi di terapia.
La finalità immediata è quella di aiutare il paziente a fronteggiare in modo più appropriato l’attacco o il momento di forte ansia; esistono a tal proposito diverse tecniche che insegnano a rilassarsi e a spostare il focus attentivo lontano dal sintomo e da sé.
Contemporaneamente l’intervento terapeutico si propone di aiutare il paziente ad accettare che il malore che si prova non conduce alla morte, ma è determinato e amplificato dalla paura, ed evitare la situazione o controllarla non rimuoverà l’emozione negativa.
Affrontare tutto questo, tuttavia, è faticoso; il percorso può essere lungo e caratterizzato da sofferenze, talvolta fallimenti. La persona non può essere allontanata e lasciata al proprio destino, altresì non è sano sostituirsi o renderla dipendente da altre figure. Per cui in alcuni casi, soprattutto per minori, anziani o persone con difficoltà, le figure di accudimento possono essere coinvolte nel processo terapeutico e preparate a sostenere la persona in modo appropriato e funzionale alla ripresa del suo benessere psicologico.
Gli attacchi d’ansia e il panico possono essere fronteggiati imparando a non essere sopraffatti dall’emozione, verificando che le paure risultano infondate, ma soprattutto accettando di valutare diversamente la situazione che si sta vivendo. In ultimo, il cammino verso la ripresa di una esistenza più serena appare spesso arduo e affrontarlo con l’aiuto e la stima della famiglia, dei cari e degli amici indubbiamente lo rende più sopportabile.
4 aprile 2012