Becchetti: puntare su economie alternative

Sviluppo e sostenibilità: ne parla il docente di economia a Tor Vergata, relatore alla Settimana sociale di Graziella Melina

Sviluppo, ambiente e sostenibilità sociale. Il sistema economico globalizzato oggi deve fare i conti con queste tre dimensioni. Non solo. «L’insostenibilità sociale e ambientale è diventata un danno per tutti». Meglio puntare sull’economia alternativa, e non solo per una «questione di altruismo», ma anche per un «autointeresse lungimirante». Lo spiega Leonardo Becchetti, professore straordinario di Economia Politica all’Università degli Studi di Tor Vergata di Roma. Membro dal 2005 del Comitato Esecutivo di Econometica, il consorzio interuniversitario sulla responsabilità sociale d’impresa, Università Milano Bicocca, e presidente del Comitato Etico della Banca popolare Etica, Becchetti è uno dei relatori della 45a Settimana Sociale. Affronterà il tema del bene comune nell’era della globalizzazione.

Professor Becchetti, che nesso c’è tra bene comune ed economia globale?
Se non capiamo la globalizzazione, non capiamo neanche che tutti gli ostacoli che rendono difficile oggi il perseguimento del bene comune dipendono dalla crescente interdipendenza tra aree e Paesi. Non possiamo discutere della precarietà del lavoro in Italia senza capire da dove viene, e non possiamo risolverla senza un approccio globale, che migliori più rapidamente possibile le condizioni di povertà e di sottosviluppo dei Paesi del Sud del mondo.

Lei pensa che la globalizzazione abbia contribuito ad aggravare i problemi del sistema economico mondiale?
Al contrario. La globalizzazione è un fatto assolutamente provvidenziale. In precedenza avevamo risolto molte cose, ma nello stesso tempo altri Paesi rimanevano in condizioni veramente disastrose. La globalizzazione oggi ci impone di trovare una nuova soluzione che sia valida per tutti.

Secondo lei il commercio equo e solidale è compatibile con il mercato globale?
Non è solo compatibile, è una soluzione ai problemi del mercato globale. E lo dimostra il grandissimo sviluppo che ha avuto. Ci sono paesi nel nord Europa dove il 30-40 per cento dei prodotti sono equo solidali.

Qual è la novità di questo tipo di economia?
È la partecipazione dal basso dei consumatori, il loro “votare con il portafoglio”, il fatto che con le loro scelte possono dare un contributo anche alla promozione sociale e ambientale dello sviluppo. Nel momento in cui si acquista un prodotto, si può valutare non solo il prezzo e la qualità, ma anche le conseguenze sociali e ambientali che questo prodotto genera.

Secondo lei, lo spazio destinato a questo settore potrà continuare a crescere?
Ogni anno il fatturato di questi prodotti aumenta del 40 per cento. I fondi etici oggi rappresentano il 10 per cento dell’investimento finanziario americano. La crescita nel mondo dell’economia della responsabilità sociale è assolutamente forte. Comprendendo sempre di più che l’insostenibilità sociale e ambientale è un danno per tutti, i consumatori sono attenti alla responsabilità sociale delle loro scelte.

Un deterrente per la diffusione del mercato alternativo potrebbe essere però legato al prezzo di questi prodotti.
I prodotti socialmente responsabili chiedono spesso al consumatore risparmiatore un sacrificio. Questo perché si chiede di finanziare un’iniziativa di valore etico particolare. La cosa singolare è che i cittadini rispondono positivamente. E questo va contro un certo riduzionismo antropologico, secondo il quale la gente cerca sempre il minimo prezzo o il massimo rendimento.

Quale sarà il futuro delle economie alternative?
Il fatto che le interdipendenze sono sempre più forti può spingere sempre più persone a rendersi conto dell’importanza di “votare con il proprio portafoglio”. Pensiamo, per esempio, al riscaldamento globale: probabilmente nei prossimi anni i fondi di investimento che faranno screening e scruteranno imprese con i comportamenti ambientali meno sostenibili saranno sempre di più. E dal punto di vista della sostenibilità ambientale la responsabilità sociale andrà molto avanti. È ovvio che ci vuole anche la capacità di comprendere che il permanere di vaste zone del mondo in condizioni di povertà è anche una minaccia al nostro benessere: alimenta le pressioni migratorie clandestine, ed è una fonte di concorrenza del lavoro a bassissimo costo. È assolutamente una questione di autointeresse lungimirante.

Quali sono allora le proposte della finanza etica?
Nelle regole di appalto della pubblica amministrazione, occorrerebbe considerare non solo i prezzi bassi, ma anche la qualità sociale e ambientale dei prodotti che si vendono. Altra questione importante è quella del rating sociale: se vogliamo favorire questo “voto col portafoglio” dei consumatori, dobbiamo rendere sempre più disponibili le informazioni sulla qualità e responsabilità sociale delle imprese. Vogliamo avere un rating del loro valore sociale. Sarebbe un grande incentivo a porre in atto comportamenti socialmente responsabili.

Lei ha scritto vari libri sulla “finanza etica” e sulla “felicità sostenibile”. Che nesso c’è tra mercato, economia, lavoro e la felicità?
Sicuramente la politica e l’economia hanno un effetto enorme sulla nostra vita. Nel lavoro conta molto la qualità del lavoro, la sua stabilità, il fatto che sia legato anche a delle motivazioni ideali. Conta pure la qualità dei rapporti di lavoro. Nei Paesi industrializzati l’economia rischia spesso di spiazzare il mondo delle relazioni. La cosa più importante che gli economisti stanno scoprendo oggi è il legame fortissimo che c’è tra vita di relazioni ed economia. Da una parte le relazioni sono uno strumento fondamentale per far funzionare l’economia, dall’altra una crescita economica che non è attenta alla vita di relazioni può generare parallelamente molta infelicità. Quindi bisogna impostare delle politiche di sviluppo che tengano conto anche delle loro conseguenze sociali e ambientali. Non possiamo separare gli ambiti.

18 ottobre 2007

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