C.S.Lewis e il dramma gioioso della vita

di Andrea Monda

«Questo non significa che dobbiamo essere eternamente solenni. Dobbiamo giocare. Ma la nostra allegria deve essere di quel genere (ed è infatti il genere più allegro) che esiste tra persone che, fin dall’inizio, si sono vicendevolmente prese sul serio». Con queste parole, settanta anni fa, l’8 giugno 1941, al vespro solenne nella chiesa di St.Mary the Virgin dell’Università di Oxford, Clive Staple Lewis concludeva un discorso che è stato considerato «all’altezza di alcuni scritti dei Padri della Chiesa» (così secondo Walter Hooper, amico, segretario e biografo del grande scrittore inglese). “L’onere della gloria” è il titolo del “sermone” ma anche della raccolta appena pubblicata dalla Lindau Editrice, un piccolo scrigno pieno di tesori: oltre al suddetto sermone altri otto testi del “Lewis conferenziere” finora inediti in Italia.

Figlio diretto di Chesterton (la cui lettura agevolò la conversione dall’ateismo al cristianesimo), Lewis fu filologo, poeta, narratore, autore di romanzi fantasy e fantascientifici, umorista, apologeta e gran conferenziere che girava in lungo e in largo il Regno Unito per raccontare a tutti di essere stato «sorpreso dalla Gioia», come recita il titolo della sua autobiografia. E tutto questo con quella allegra serietà di cui fa accenno nella conclusione del “L’onere della gloria”.

È questa la “cifra” di Clive Staple, detto Jack dagli amici, Lewis: una fede fatta di ragione e humour, di allegria, buonumore ma anche nella consapevolezza che la vita è una lotta, un dramma in cui ognuno deve fare la sua parte, per dirla con la O’Connor: «Bisogna spingere altrettanto forte dell’epoca che ci respinge». Lewis, come Chesterton, aveva intuito che il santo è sempre «un antidoto», un segno di contraddizione verso il tempo che si trova a vivere; nei confronti della società in cui il cristiano è immerso, il cristiano deve fungere l’ingrato ruolo dell’anticorpo, altrimenti quel corpo sociale morirebbe della malattia della tristezza, del nichilismo e della rassegnazione. Da qui il sapore molto “salato” della gioia cristiana che «trafigge» (il termine è di Tolkien, grande amico e ispiratore di Lewis), un sapore che troviamo in tutte le sue opere, sia quelle saggistiche che quelle narrative.

«Dobbiamo giocare»: questo undicesimo comandamento per Lewis è centrale, giocare ma anche mettersi in gioco, accogliere il dono della vita e condividerlo con gli altri, allargando il gioco e contagiando il mondo e fare tutto questo con la massima serietà, perché aveva ragione Stevenson quando parlava dell’arte come quel gioco che va condotto con la serietà con cui gioca un bambino.

Leggere i libri di Lewis, dalle “Cronache di Narnia” ai saggi sull’amore o sul dolore, dalla trilogia interplanetaria ai saggi filologici, è sempre un’esperienza divertente ma mai superficiale, la sua non è letteratura “di svago” ma sempre di approfondimento, senza però la cattiva pianta della solennità e della seriosità.

Uno dei suoi testi più celebri, “Le lettere di Berlicche”, rappresenta bene questo approccio e questo risultato: una corrispondenza epistolare tra due diavoli alle prese con la dannazione dell’anima di un giovane inglese, durante i duri anni della guerra ma, attenzione, annota l’autore nella premessa: «La storia della guerra in Europa, eccetto nei casi sporadici in cui interferisce nella condizione spirituale di un essere umano, è evidente che non interessava Berlicche». Lewis riesce a scrivere questo “trattato” sul mondo interiore dell’animo umano con un acume che sembra davvero portarlo a vedere le cose sub specie aeternitatis. Questo sulfureo e geniale romanzo epistolare fu molto apprezzato da San Giovanni Calabria che volle conoscere direttamente l’autore; i due, il santo veronese e il professore inglese non s’incontrarono mai di persona, ma per anni si scrissero, in latino: nacque così un altro splendido epistolario, questa volta reale, intitolato “Una gioia insolita”, un piccolo gioiello di spiritualità definito sempre da Walter Hooper, «uno tra gli importanti documenti ecumenici di questo secolo».

Qualche anno fa anche un altro uomo di chiesa, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, dimostrò la sua passione per il singolare epistolario inventato da Lewis, citandolo in un convegno: «Quanto sia oggi antimoderno interrogarsi sulla verità», disse il Prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede, «lo ha genialmente esposto lo scrittore e filosofo inglese C.S. Lewis nel best-seller Lettere di Berlicche». Il “non-ancora” Benedetto XVI aveva colto nel segno: l’eccezionale fantasia di Lewis non serve allo scrittore per realizzare un capriccioso e arbitrario artifizio letterario, ma è al servizio di una cosa, terribilmente semplice: la verità. Qualcosa (per i cristiani Qualcuno) che non si possiede mai ma che ci possiede e che possiamo solo servire, con allegria.

9 marzo 2011

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