Chat-line: spinta alla crescita o solitudine mascherata?

di Angelo Peluso

I rapporti in Internet sono solo apparentemente più semplici di quelli fuori dalla rete. Anzi sono assai più complicati e rischiosi. La rete stessa può costituire una tentazione pericolosa per chi non ha un buon rapporto con la vita di tutti i giorni. Si prova una nuova sensazione, ci si sente “padroni della realtà” perché con un gesto creiamo o distruggiamo incontri, emozioni, illusioni.

L’esistenza stessa di Internet produce un cambiamento psicologico perché cambia il rapporto con il mondo, ci cambia dentro, modifica il modo di pensare, di immaginare e di desiderare. Il termine “realtà, virtuale” coniato alla fine degli anni ‘80 da Jaron Lanier, indica una tecnica di simulazione che, grazie all’ausilio di speciali dispositivi e strumenti collegati ad un computer, consente all’utilizzatore di operare in modo immediato e interattivo in un ambiente virtuale e interagire con esso come se fosse reale, con l’effetto di una sensazione soggettiva di immersione sensoriale. Questo porta a realtà virtuali condivise tra individui (il cyberspace rappresenta sia l’infrastruttura materiale della comunicazione digitale, sia l’oceanico universo di informazioni e di esseri umani che ci navigano).

L’adolescente in primis subisce fortemente le pressioni dei nuovi modi di comunicare. Questo lo spinge talvolta verso modelli di relazionalità e di affettività non adeguati. Spesso si bruciano i tempi e non si è in grado di gestire la fisiologica conflittualità tipica dell’età.

L’espressione delle emozioni attraverso lo strumento elettronico avviene per immagini, per vere e proprie icone (nel senso sia grafico che simbolico). Rispetto alla tradizionale comunicazione scritta si apre una dimensione comunicativa che sembra disegnare una sua specifica temporalità.

Attraverso la chat, l’adolescente gioca un ruolo adulto e in particolare ci possono essere potenziali pericoli legati ai giochi sessuali sperimentati attraverso i continui cambi di identità inventati in rete. Si parla di sesso a ruota libera, emergono nuove parole e terminologie, ci si esalta sentendosi liberi da tabù, si affronta la vita con una presunta libertà, ma che in realtà nasconde una totale rigidità di “comportamenti da imitazione” necessari per sentirsi “in”, si sperimentano modalità relazionali che non fanno parte dei propri schemi mentali.

In sintesi possiamo dire che la chat ha influenze sull’identità e sul ruolo di genere. Quando si entra in una chat viene chiesto di inserire un nominativo con cui verremo identificati dagli altri ma difficilmente si usa il proprio nome e cognome. Si fa ricorso a un soprannome, a un nickname (nick).

Nella chat manca il volto, lo sguardo, la voce, il corpo, l’atteggiamento, il vestiario. La mancanza di questi elementi in chat rende il rapporto per certi versi più facile. Si conosce una persona per quello che è, o meglio, per le sue capacità di esprimersi con le parole, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza.

Il rapporto diventa più curioso, più misterioso. Allo stesso tempo aumentano i pericoli e le ambiguità. Nel guardare in faccia una persona noi cerchiamo segnali della sua sincerità. Una reticenza, una contrazione dei muscoli, un rossore ci forniscono elementi che aiutano a interpretare le parole. Senza di essi è molto più complicato comprendere soprattutto l’affidabilità dell’altro.

Il nick, dunque, sostituisce tutto questo, rappresenta l’identità con cui ci presentiamo agli altri, spesso è l’unica identità. Nello scegliere il nick noi decidiamo di assumere un’identità, magari diversa dalla nostra, che determinerà il nostro modo di comunicare. È dimostrato che, se la stessa persona sceglie nick diversi in momenti diversi, cambia anche il suo modo di porsi.

Potremmo dire che cambia la sua personalità. Un chatter può scegliere di mantenere il proprio nick “per sempre” e coltivare la personalità legata a questo nick, svilupparla, farla crescere. Può anche decidere di cambiare nick più volte durante la stessa sessione di chat. O usarne contemporaneamente più di uno il che equivale a essere più persone contemporaneamente nel momento in cui si è on line.

La rete è diventata un laboratorio per l’identità. C’è, quindi, la possibilità di esprimere identità differenti on line cambiando sesso, età o dare libero spazio a un desiderio o una fantasia che ci appartiene.

Ma la chat ha influenze sulle prime conoscenze sessuali, sui miti e stereotipi della sessualità adolescenziale, sui rapporti con la famiglia. Può creare talvolta squilibri, in quanto aumenta la tolleranza nei rapporti in rete ma diminuisce quella in famiglia . In altre parole con gli altri chatter si trova un facile accomodamento psicologico che non corrisponde alla reali esigenze che vi sono nei rapporti interpersonali quotidiani.

Ha influenze sul gruppo dei pari, sulle prime esperienze affettive. A questo vanno aggiunte alcune preoccupazioni su il cybersex, i pericoli di ordine etico ed educativo, le ripercussioni nella formazione dell’adolescente, gli aspetti psicopatologici.

Già dal 1995 hanno cominciato a fare comparsa i primi casi clinici diagnosticati come veri e propri disturbi da abuso, o uso improprio, di Internet. Questa patologia è chiamata Internet Addiction Disorder (IAD), “disturbo da dipendenza da Internet”.

Il chatter dipendente sente il bisogno di aumentare continuamente le ore di collegamento a Internet. Quando non è on line pensa a cosa stia succedendo in quella particolare chat o se sono arrivate e-mail sul proprio indirizzo di posta elettronica. Cerca, conseguentemente, di entrare in rete non appena ne ha la possibilità (inventandosi il più delle volte delle scuse per giustificarsi davanti agli altri) e, se non ci riesce, diventa nervoso.

L’immediatezza, la caduta di ruoli convenzionali, la libertà di espressione, il mascheramento della propria identità, la disinibizione, costituiscono elementi di rinforzo per la partecipazione alle comunità virtuali, all’interno delle quali si crea un gruppo dinamico di sostegno sociale che in taluni giovani, soprattutto per coloro che nella vita quotidiana sono interpersonalmente impoveriti, può rispondere alla soddisfazione di bisogni negati nella vita reale. Dunque questi giovani potrebbero usare Internet come supporto per potenziare quella base relazionale e quell’appoggio sociale che risulta carente nel loro ambiente di vita. La variabile anonimato, insieme alla scomparsa di riferimenti corporei e alla simulazione dell’identità, rende la comunicazione elettronica meno minacciosa e più controllabile dando la sensazione al soggetto di sentirsi meno inibito e maggiormente a proprio agio nell’esprimere ed esporre le proprie idee e i propri pensieri.

Sono tutti elementi che contribuiscono a delineare uno spazio per esprimere parti sommerse o inesplorate della propria soggettività. Ma la condizione fondamentale è saper distinguere tra la real life e la virtual life. Non vogliamo demonizzare la chat ma è opportuno che si comprenda quanto sia importante “guidare” all’uso corretto di questa risorsa con una costante sorveglianza da parte della famiglia. In questo emergente fenomeno la chat può essere molto positiva se si favorisce l’occasione di confronto tra realtà culturali diverse.

Diventa negativa se crea illusioni, ruoli e identità non autentiche; in altre parole la chat è positiva se contribuisce ad arricchire la personalità con esperienze variegate e scambi culturali; è fortemente negativa se induce continui comportamenti di fiction che portano l’ individuo a essere poco adattato alla realtà “abbassando la sua soglia di tolleranza al conflitto” e quindi a non saper gestire le fisiologiche conflittualità dell’età giovanile.

9 maggio 2008

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