Collatino, una festa per l’Argentina
A Santa Maria Addolorata una serata con don Alessandro De Rossi, sacerdote fidei donum nell’arcidiocesi di Salta. Tra i progetti in America Latina, grande attenzione ai più piccoli di Graziella Melina
Serata all’insegna della festa e della solidarietà sabato sera (29 gennaio) nella parrocchia di Santa Maria Addolorata, al quartiere Collatino. I gruppi giovanili hanno infatti organizzato una cena di beneficienza per accogliere i due ragazzi argentini arrivati in Italia insieme a don Alessandro De Rossi, da tre anni presbitero fidei donum nell’arcidiocesi di Salta, e far conoscere così i progetti che il sacerdote sta portando avanti nella sua missione, anche grazie al sostegno della parrocchia di viale della Venezia Giulia.
Lo racconta lo stesso don Alessandro, che proprio in questi giorni ha ricevuto la conferma del suo mandato per altri tre anni: «Salta è una città nel Nord dell’Argentina, in un quartiere molto povero, quasi come le favelas brasiliane – spiega -. Il lavoro che ho fatto è stato prima di tutto spirituale e di missione, per “recuperare” la gente». Un percorso che si è potuto sviluppare «”aprendo” la parrocchia e impostando le attività con il catechismo, l’oratorio, i gruppi giovanili, i gruppi adulti, proprio come se fosse una parrocchia romana», aggiunge sorridendo. A Salta prima c’era solo una cappella, il sacerdote ci andava la domenica. Ora il quartiere ha ripreso una «vita parrocchiale normale».
Non solo. È cresciuta di pari passo l’attenzione nei confronti dei più piccoli. «Prima c’era una mensa che dava da mangiare a 200 bambini ogni giorno», racconta il sacerdote, ma grazie agli aiuti che arrivano da varie parrocchie romane «ho costruito una mensa più grande, dove possiamo raccogliere più bambini. Inoltre abbiamo messo su un centro sportivo dove poter aiutare i ragazzi che stavano sempre per strada, con tutti i pericoli della droga e della violenza». Circa 200 i giovani che lo frequentano. «Quello che è difficile – ammette don De Rossi – è combattere con la mentalità locale: il lavoro più grande che stiamo facendo è proprio sulla dignità dei ragazzi, che vivono una forte discriminazione».
La periferia infatti è formata da indios, e a causa del colore della loro pelle, più scura rispetto ai ragazzi delle classi sociali più abbienti, generalmente biondi e con gli occhi azzurri, spesso «si sentono discriminati e si auto discriminano». E così rinunciano a seguire gli studi. «Noi cerchiamo di aiutarli perché vadano a scuola – racconta -. E poi con lo sport, il teatro e vari incontri facciamo di tutto perché si sentano come tutti gli altri ragazzi». E i frutti cominciano ad arrivare. «Abbiamo gettato le basi per un bel lavoro, c’è un bel legame con la gente. Tanti papà e mamme – racconta contento – mi dicono “grazie perché voi ci fate sentire importanti”: sapere che c’è qualcuno che pensa a loro, che fa le cose per loro, che cerca in tutte le maniere di aiutarli, li fa sentire amati».
1 febbraio 2011