Edoardo Albinati

La biografia e le opere dello scrittore romano nato nel 1956

Insegnante a Rebibbia, Edoardo Albinati è nato a Roma nel 1956. Fin da Il polacco lavatore di vetri (Longanesi 1989, ora negli Oscar Mondatori), probabilmente il primo romanzo a raccontare il fenomeno dell’immigrazione in Italia, si è sempre interessato a situazioni e storie in cui i personaggi si trovano in stato di emergenza, e devono sfruttare tutte le loro risorse per sopravvivere e vincere.

Questo avviene anche nel suo ultimo romanzo, scritto insieme a Filippo Timi, Tuttalpiù muoio (Fandango 2006), dove si raccontano le avventure di Filo, ragazzo mezzo cieco e balbuziente, che riesce a riscattarsi grazie alle sue formidabili qualità di attore. Dal 1994 Albinati lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, a Roma, e a questa esperienza ha dedicato un libro sotto forma di diario, Maggio selvaggio (Mondadori, 1999), considerato uno dei più importanti contributi alla conoscenza del realtà carceraria italiana. Sullo stesso tema ha anche realizzato per RadioTre il documentario Passeggiate in prigione, insieme a innumerevoli altri articoli, interventi e interviste, e ha visitato i detenuti di molte carceri italiani. Tuttora insegna a Rebibbia nel reparto di Alta Sicurezza.

Nel 2001 ha pubblicato 19 (Mondadori), un racconto di vagabondaggio urbano ambientato sulla più lunga linea tranviaria di Roma, che è anche un’indagine sui quartieri attraversati nel tragitto e sulle diverse popolazioni che li abitano. L’anno seguente, come volontario delle Nazioni Unite, Albinati ha lavorato con l’Alto Commissariato per i Rifugiati per quattro mesi in Afghanistan, svolgendo nei campi profughi di Kabul e Kandahar l’incarico di Community Services Officer. Nel corso di questa missione ha scritto alcuni reportages pubblicati da «Il Corriere della Sera» e dal «Washington Post», e ha in seguito pubblicato per Mondadori il diario Il ritorno, vincitore del Premio Chatwin. Sempre con l’Alto Commissariato per i rifugiati nel 2004 è stato in Ciad, ai confini con il Sudan, dove ha realizzato un reportage per «La Repubblica» sull’emergenza dei profughi fuggiti dal Darfur. Con Svenimenti, racconto-saggio incentrato sulla perdita dei sensi e al passaggio tra lo stato di coscienza all’incoscienza, ha vinto il premio Viareggio per la narrativa 2004.

Tutti i suoi ultimi libri si situano a cavallo tra i generi letterari e utilizzano materiali tratti direttamente dalla realtà per raccontare storie. Come ha scritto in Svenimenti: «Mi interessano le vicende in cui uno stato di privazione ci costringe a sentire più intensamente, a pensare in modo inconsueto, ad agire senza margini di scelta, a usare gli spiccioli, le energie residue»

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