Fidas, in calo i donatori di sangue

L’indagine della federazione italiana donatori e del Censis sullo stato delle donazioni nel Paese: entro il 2020 una diminuzione del 3%. Nel Lazio è poca la propensione a donare periodicamente di Jacopo D’Andrea

Un impegno maggiore per non compromettere la tenuta del sistema della donazione del sangue. È una delle conclusioni più evidenti che emerge dalla presentazione dell’indagine Censis-Fidas (Federazione italiana associazioni donatori di sangue), presentata venerdì 10 febbraio all’ospedale Fatebenefratelli. Lo studio, dal titolo “La donazione del sangue alla luce dell’evoluzione demografica del paese” ha messo in luce che “se non verranno fatti gli sforzi e gli investimenti necessari per incrementare le donazioni di sangue, entro il 2020 si andrà incontro ad una drastica riduzione del numero di donatori e delle unità di sangue raccolto”. Se continua questo trend, nello specifico, «nel 2020 si stima un calo del 3% dei donatori», ha dichiarato il vicedirettore del Censis Carla Colicelli. Infatti, la fascia più giovane della popolazione italiana di età compresa tra i 30 e i 55 anni è destinata a ridursi nei prossimi decenni.

Ed essa è anche quella da cui proviene la maggior parte dei donatori. Per il futuro quindi, per non arrivare allo sconfortante scenario prospettato, il direttore del Centro nazionale sangue Giuliano Grazzini ha indicato come probabile strumento di prevenzione «d’innalzare per legge l’età per cui si può donare, mantenendo costante gli esami preventivi per accertarsi della salute del donatore», dato che in Italia attualmente non si può donare oltre i 65 anni. Soprattutto, d’impedire che in Italia per mantenere il fabbisogno di sangue si ricorra «alla donazione a pagamento in mano ai privati come avviene in Germania per il 14% di essa». Anche perché l’Italia «è il secondo paese europeo per percentuale di donazioni periodiche, con l’84%».

Ma l’indagine Censis-Fidas ha anche delineato l’identikit del donatore di sangue italiano. «Il 74% sono occupati mentre il 21% sono inattivi (casalinghe, pensionati, studenti)», ha specificato il presidente nazionale Fidas Aldo Ozino Caligaris. L’indagine, secondo Caligaris, ha dimostrato che «l’attitudine alla donazione è più tenue in quelle fasce della popolazione che si percepiscono più deboli, sotto il profilo non solo sanitario ma soprattutto sotto quello sociale ed economico».

Inoltre, dallo studio sembrerebbe che gli uomini donino di più: “sono il 68%, mentre le donne si fermano al 31%”. Anche se quest’ultime hanno periodi in cui non possono farlo come “la gravidanza e i cicli mestruali” sottolinea il rapporto. Tra le motivazioni poi che spingono di più a donare il sangue c’è “il controllo periodico della salute” e il fatto che ci siano “più persone in famiglia che donano”. Insomma, più si dona e più per emulazione spontanea si spingono gli altri a farlo, sembra dire l’analisi. Siccome poi in quest’ottica la comunicazione è fondamentale, la Fidas ha varato una nuova strategia promozionale in collaborazione con lo Ied (Istituto europeo di design) per «attrarre nel mondo della donazione i giovani, le donne e i migranti», ha detto il presidente Caligaris.

Da segnalare, comunque, un dato negativo che coinvolge proprio il Lazio. Solo il 55% degli intervistati di questa regione ha espresso di voler donare nuovamente dopo una prima esperienza. Nel resto d’Italia questo dato supera il 75%. Il Censis a tal proposito ha espresso il suggerimento di «approfondire le modalità della donazione nelle federate Fidas della regione». Tra l’altro, è emersa in modo chiaro «seppure meno vistoso la minore propensione dei donatori del Lazio a divenire donatori periodici».

13 febbraio 2012

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