Il dialogo tra ebrei e cristiani e la speranza della “Shalom”

Il ruolo dei pontefici, da Giovanni XXIII a Francesco, messo in luce nel convegno della Comunità di Sant’Egidio. Tra i relatori, il rabbino capo di Roma Di Segni, Abraham Skorka e lo storico Andrea Riccardi di Elisa Storace

«Finora nel dialogo abbiamo solo tracciato alcune traiettorie senza alcuna pretesa di completezza. Oggi vediamo più chiaramente che la strada per l’altro e con l’altro è ancora lunga, ma ebrei e cristiani guardano al futuro: essi testimoniano insieme la speranza per la perfetta Giustizia e la “Shalom” che solo Dio ci porterà alla fine dei tempi». Queste parole del cardinale Walter Kasper, presidente emerito della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, sono l’estrema sintesi del convegno promosso dalla Comunità di San’Egidio ieri, lunedì 28 aprile, sul tema “Da Giovanni XXIII a Francesco: ebrei e cristiani in dialogo”.

La giornata di riflessione, alla quale per la diocesi di Roma erano presenti i vescovi Paolo Selvadagi e Guerino Di Tora, ha visto avvicendarsi voci autorevoli. A partire dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate, che ripudiando il concetto antico di duemila anni della responsabilità collettiva per la morte di Gesù aprì la strada al dialogo, sono stati ricordati i meriti dei pontefici romani seguiti a Giovanni XXIII. Nella sua relazione su Giovanni Paolo II Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha riportato una conversazione di Wojtyla con André Frossard, quando concordò sulla santità dei martiri dell’Olocausto parlando di «sei milioni di santi in più». «Giovanni Paolo II – ha detto Riccardi – fu il primo Papa a mettere piede in una sinagoga, il Tempio maggiore di Roma, nel 1986, occasione in cui definì gli ebrei “i nostri amati fratelli maggiori”; fu il Papa che stabilì rapporti diplomatici fra la Santa Sede e lo Stato di Israele; fu il Papa che, durante la visita a Gerusalemme nel 2000, si recò al Muro del Pianto».

Il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, non ha nascosto la problematicità del dialogo fra ebraismo e cattolicesimo, notando come molti gesti di avvicinamento compiuti in passato dai pontefici, dal punto di vista teologico, non siano stati privi di pericoli. Come la benedizione della sinagoga da parte di Roncalli, atto giudicato rivoluzionario e tuttavia paternalistico, o il messaggio dei “fratelli maggiori”, «che – ha ricordato – teologicamente sono quelli che perdono la primogenitura». «Tuttavia – ha concluso – le cose vanno viste nella grande prospettiva storica, senza sminuire il coraggio e la forza che sono stati necessari per compiere questi gesti. Queste grandi personalità vanno allora viste come figli del proprio tempo, capendo che, prima ancora che con la teologia, i problemi si risolvono con il rapporto fra le persone».

Sono così stati ricordati ebrei di dialogo come Franz Rosenzweig e Martin Buber, Jules Isaac e, dal lato cristiano, Jacques Maritain, Clemens Thoma, Hans Urs von Balthasar, i cardinali Bea, Lustiger, Martini. «La sfida teologica – ha detto David Rosen, rabbino dell’American Jewish Committee – è capire la complementarietà con il cristianesimo e noi siamo solo agli inizi degli inizi ma abbiamo iniziato, e siamo fortunati perché oggi viviamo in un mondo che non è mai esistito prima, un’era che ci pone una responsabilità particolare: quella di comprendere la natura del rapporto fra ebrei e cristiani in termini divini, nei termini del destino spirituale dell’umanità».

A chiudere l’incontro Abraham Skorka, rettore del seminario rabbinico latinoamericano di Buenos Aires, autore insieme all’allora arcivescovo Bergoglio di un libro su temi comuni alle due religioni “Sobre el Cielo y la Tierra”. «Io credo – ha affermato Skorka – che la sintesi del pensiero di Papa Francesco su questo argomento stia nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, dove scrive: “Dio continua ad operare nel popolo dell’Antica Alleanza e fa nascere tesori di saggezza che scaturiscono dal suo incontro con la Parola divina. Per questo anche la Chiesa si arricchisce quando raccoglie i valori dell’ebraismo”. Un messaggio in cui io trovo un’eco di quanto scrisse il Rabbino Maimonide, e cioè che la funzione delle tre religioni abramitiche è preparare il sentiero per un mondo migliore».

29 aprile 2014

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