«Il primato del Vangelo e un volto accogliente»

Il cardinale Vallini conclude il Convegno diocesano. L’appello a concorrere «all’elaborazione di una nuova idea di città». I contributi arrivati dalle prefetture «segno di una Chiesa viva» di Angelo Zema

La relazione integrale del cardinale vicario
Lavori nelle prefetture, gli interventi con le sintesi di Federica Cifelli
Il discorso integrale del Santo Padre
L’indirizzo di omaggio del cardinale Vallini al Santo Padre
L’intervento di monsignor Enrico Feroci

Offrire a tutti la proposta del Vangelo e mostrare il volto della Chiesa del «sì», per dare un contributo da cristiani «all’elaborazione di una nuova idea di città». Dove la Chiesa resti «polo di attrazione spirituale e via all’incontro con Cristo». È uno dei primi frutti della «verifica» che il cardinale vicario Agostino Vallini chiede ai cattolici di Roma, al termine del Convegno ecclesiale diocesano. Tre serate di lavori che hanno gettato le basi per il percorso di «verifica», appunto, proposto dal cardinale e ampiamente condiviso dalla comunità ecclesiale. Lo sottolinea egli stesso nella relazione conclusiva di venerdì sera, in una gremita basilica di San Giovanni in Laterano che tre giorni prima aveva ospitato la serata d’apertura con l’intervento del Santo Padre.

Un ampio giro d’orizzonte, che raccoglie e valorizza le sintesi dei lavori di prefettura per settore, appena presentate, ma tiene conto anche delle relazioni inviate da parrocchie e altre realtà ecclesiali sul sussidio preparato dal Vicariato in vista del Convegno. «Un materiale stimolante», osserva, «segno di una Chiesa viva, con una ricchezza di contenuti che dovrà essere attentamente considerata». Prodotta in «un clima ecclesiale che attesta la volontà delle realtà parrocchiali e di ambiente di essere operose» nell’impegno apostolico. Nella consapevolezza che a fondamento della verifica c’è «il nostro essere e sentirci Chiesa». «Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale» è infatti il tema del Convegno, su cui il cardinale precisa che nel parlare di «appartenenza» non è in discussione la dottrina teologica del Concilio Vaticano II e che nella scelta di un tema «ad intra» non c’è affatto una chiusura d’orizzonte, ma la volontà di sottolineare che «se i cristiani non vivono consapevolmente il loro essere Chiesa e la loro responsabilità missionaria, la loro presenza nel mondo sarà poco incisiva e significativa».

E quanto si avverta la necessità della presenza dei cristiani, testimoni della salvezza portata da Gesù, lo rivela il clima culturale in cui viviamo, «dove si affermano modelli culturali e sociali non in linea con i valori cristiani». Roma è cambiata, come dimostra la presenza di decine di migliaia di immigrati, ma rivela anche un volto oscuro, segnata com’è da fatti delittuosi che minano il tessuto civile e anche quello ecclesiale. Tuttavia, dice il cardinale, «non dobbiamo avere paura che Roma cambi, è un segno dei tempi da accogliere». In questo contesto, «è necessario rievangelizzare i cristiani ed evangelizzare i non cristiani». Puntando a far suscitare di nuovo, all’interno delle comunità, la «coscienza della Chiesa, che la dottrina conciliare e il Sinodo diocesano hanno promosso».

Quanto all’«appartenenza» dei fedeli nella Chiesa, dai lavori delle prefetture sono emerse varie «tipologie»: «convinta e partecipe»; «silenziosa» (una sorta di «cristianesimo privato»); quella di quanti hanno contatti occasionali con la Chiesa, continuando a chiedere i sacramenti ma allontanandosi dalla fede professata; quella, infine, di persone ostili o indifferenti al fatto religioso, che a volte chiedono addirittura di uscire formalmente dalla Chiesa. Il cardinale vicario, però, mette in guardia dal giudicare. «La Chiesa abbraccia tutti. Se non ci sono forme di appartenenza, ci sono a volte forme di riferimento e di contatto con la Verità». È vero che «questo vasto e complesso panorama di comportamenti umani verso la fede genera stanchezza e delusione», ammette il cardinale, «perché la realtà è difficile da decifrare, perché il nostro linguaggio è poco comprensibile a tanti, specialmente ai giovani, ma nessuno di noi può dare giudizi. Chi conosce il cuore dell’uomo? Occorre disporci all’annuncio con lo stile del Buon Samaritano». Certi che «ogni uomo ci appartiene come fratello».

Da qui la considerazione per cui «una pastorale che proponga servizi religiosi a chi li domanda o iniziative formative ai fedeli non basta più». Serve un passo in avanti. Innanzitutto, puntando sulla formazione, come indicato da Benedetto XVI. «Una formazione al senso evangelico della vita cristiana e una formazione specifica del laicato», prosegue il cardinale Vallini. Quanto alla prima, è urgente «arricchire le motivazioni della fede, che in tanti cristiani sono deboli o si stanno inaridendo. Se la fiducia nella storia sostituisce la fede in Dio, la Chiesa rischia di essere vista come un’associazione di volontariato e i cristiani come dei filantropi». Per evitare il pericolo di uno «sbilanciamento orizzontalista», ammonisce il porporato, occorre l’impegno di cristiani che «vivano il proprio Battesimo fortificati dall’Eucaristia» senza mai «smettere di cercare l’unità». «Le nostre comunità – afferma il cardinale ricordando una frase di Giovanni Paolo II – possono diventare case e scuole di comunione, dove ciascuno cresca respirando il Vangelo». Con lo slancio a «rendere accessibile questa comunione ai giovani, mostrando loro che Dio è amore accogliente». E dando sempre «il primato pastorale al Vangelo».

Quanto alla formazione specifica del laicato, «non è più possibile – puntualizza il cardinale Vallini – limitarsi al catechismo. Si richiedono itinerari che mostrino la bellezza della vita cristiana». Un rilancio necessario «dopo gli anni dell’entusiasmo conciliare», di fronte ad «una limitata attenzione soprattutto nell’impegno rivolto all’ambito secolare». Occorre «una formazione spirituale e apostolica» che, «valorizzando i doni personali, possa aiutare ad affrontare una navigazione avventurosa nelle realtà mondane». «Abbiamo bisogno di persone toccate da Dio – sottolinea il vicario del Papa – che sappiano far avvicinare gli altri a Dio». Soprattutto in un tempo come questo dove prevale, come «stereotipo abilmente propagandato dai media», una visione della «Chiesa del “no”». Mentre c’è una «Chiesa del sì”» da valorizzare. «Sì a nuovi bambini, alla responsabilità educativa, al dono di sé che si esprime nella promessa del matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, alla valorizzazione del corpo, alla fiducia che anche la sofferenza ha un senso e che la vita non è in balia del caso». E «se è vero che la Chiesa dice anche dei “no” – precisa – è vero anche che chi non sa dire mai dei “no” non sa ancora amare». Nella «verifica», insomma, c’è tutto questo: «Non un semplice ritocco estetico del volto della Chiesa di Roma», conclude il cardinale, ma un impegno che accolga «l’opera dello Spirito Santo».

30 maggio 2009

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