La 15° Festa dei Popoli

Un appuntamento per celebrare la fede e la cultura degli immigrati che vivono nella Capitale: il 21 maggio a piazza S. Giovanni di Chiara Ludovisi

«Una festa per celebrare ciò che ogni immigrato porta con sé dalla terra in cui è nato: la fede e la cultura»: ecco cos’è la Festa dei Popoli secondo padre Gaetano Saracino, uno dei missionari Scalabriniani promotori della grande iniziativa. «Un appuntamento che giunge alla sua quindicesima edizione e che esprime il carisma della nostra congregazione: il servizio alle comunità immigrate». Domenica 21 maggio, per il secondo anno consecutivo, teatro della festa sarà piazza San Giovanni in Laterano (nella foto, un’immagine della festa dello scorso anno), che ha preso il posto della parrocchia del Santissimo Redentore. «Un trasferimento che è stato reso necessario innanzitutto dalla crescita del numero di partecipanti, ma che ha anche un forte valore simbolico: San Giovanni è la piazza dei romani. E questa festa vuole celebrare la normalità della diversità, vuole celebrarla religiosamente, ma in una delle piazze principali della città e del nostro Paese, perché sia davvero una festa di tutti». Obiettivo dell’iniziativa è «destare attenzione verso un fenomeno ovvio, che viviamo ogni giorno ma che non valorizziamo mai abbastanza: l’incontro con la multietnicità che vive nel nostro quotidiano». L’anno scorso circa 5mila persone hanno partecipato all’evento. «Quest’anno ci aspettiamo un numero ancora maggiore; 48 sono le comunità coinvolte, per un totale di circa 150 gruppi», spiega ancora padre Gaetano.

La giornata si aprirà con la partenza della maratona “Ponti tra i popoli Don Andrea Santoro” alle 8 da Villa Fiorelli. Alle ore 9 inizierà l’accoglienza in piazza, cui seguirà la visita agli stand, con conferenze e dibattiti. Alle 12 sarà celebrata l’Eucaristia all’interno della basilica, presieduta dal vicegerente della diocesi di Roma monsignor Luigi Moretti. Seguirà il pranzo, attraverso degustazioni gastronomiche delle diverse comunità etniche. Alle 15 è in programma lo spettacolo “Rassegna Folklorica”, accompagnato da laboratori canti e balli di artisti e animatori su tutta la piazza. Alle 19.30 la giornata si concluderà con l’estrazione della lotteria.

«Teniamo a sottolineare che non è una festa per i migranti, ma con i migranti, che sono i veri protagonisti dei diversi settori: accoglienza, liturgia, gastronomia, cultura, spettacolo, animazione e sport». Quest’anno avremo anche due tavole rotonde, organizzate dagli stessi Scalabriniani, in cui saranno affrontati i temi che le stesse comunità hanno suggerito: le seconde generazioni e i diritti dei migranti. Altre novità saranno presentate in questa quindicesima edizione: le “Pagine gialle dei latinoamericani”, in cui sono elencate tutte le attività produttive gestite da queste comunità, «un segno forte – spiega padre Gaetano – dell’arricchimento che le comunità immigrate stano portando alla nostra società». Un’altra novità è rappresentata dal primo concorso musicale “Padre Paolo Serra”, per il quale tutte le comunità partecipanti sono state invitate a comporre l’inno della festa. La canzone più bella sarà registrata in studio. «È un omaggio che offriamo al padre comboniano, che negli anni ha legato la sua figura a questa festa e si è impegnato a promuovere l’iniziativa tra le comunità africane. Abbiamo salutato con nostalgia padre Paolo, quando nel marzo scorso ripartì per l’Uganda. E lo ricordiamo con nostalgia oggi, a quasi un anno dalla sua scomparsa».

A don Andrea Santoro sarà invece dedicata la Maratona che prenderà il via da Villa Fiorelli e raggiungerà la piazza all’inizio della Festa: «Un segno del ponte che cerchiamo di costruire tra Oriente e Occidente», spiega padre Gaetano. Per quanto riguarda la partecipazione delle diverse comunità, la più numerosa è quella latinoamericana, seguita da quella rumena e da quella filippina. «Ciò che desideriamo mettere in luce e promuovere – aggiunge il religioso – è il volontariato e la mutualità all’interno di queste realtà: spendere tempo per gli altri può fare molto di più rispetto a qualsiasi aiuto organizzato e istituzionalizzato», conclude il religioso, sottolineando che «i migranti non sono soggetti bisognosi di assistenza, ma soprattutto portatori di una ricchezza nuova, data proprio dalla loro fede e dalla loro cultura».

14 maggio 2006

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