La carità, il carisma eminente per San Paolo
Si è svolto nella basilica di via Ostiense il secondo incontro sulle Lettere paoline. Monsignor Fabris, Andrea Riccardi e Kiko Argüello sulla I ai Corinzi di Francesco Lalli
Spirito e potenza, ovvero l’immagine dei diversi carismi provenienti da Dio che si fanno edificio, costruzione, per mano di un architetto della Parola come San Paolo. Le molteplici suggestioni della I Lettera ai Corinzi sono state al centro dell’analisi che ha caratterizzato il secondo appuntamento del ciclo d’incontri “San Paolo parla”, capace di raccogliere lunedì 24, nella basilica dedicata all’Apostolo delle genti, una vera e propria folla.
«Tre aspetti di questo testo – ha ricordato nel suo commento esegetico monsignor Rinaldo Fabris, presidente dell’Associazione biblica italiana – ruotano attorno ad un unico filo conduttore: quello dell’unità nella diversità». «La radice dell’unità per Paolo è il Vangelo stesso che trova il suo sigillo nel Battesimo ed il suo alimento nell’Eucaristia; mentre lo statuto dell’unità è rappresentato dalla caritas, carisma eminente che da senso e valore a tutti gli altri doni spirituali».
Una varietà di talenti che trova la propria misura e garanzia di concordia nel sacrificio di Cristo: «Paolo annuncia un Messia crocifisso – ha proseguito Fabris – sapienza e potenza di Dio. Un paradosso per gli ebrei che attendevano un Dio dei miracoli, una stoltezza per i greci che desideravano un Dio della logica e della filosofia. Nel crocifisso, al contrario, si rivela l’amore del Padre per l’umanità e il passaggio tra l’apparente debolezza del Gesù morente e la forza dirompente del suo immolarsi è dato dal dinamismo dell’amore».
Di qui la scelta da parte di San Paolo d’inserire proprio nella Lettera ai Corinzi quel capolavoro della Parola annunziante che l’inno alla carità, intesa come amore, in virtù del quale «le membra più deboli sono poste al servizio di quelle forti, dimostrando così che la logica dell’amore rovescia i ruoli nella comunità dei credenti».
L’importanza di questo processo d’inversione, tutto cristiano, mediante il quale la debolezza si fa energia sconvolgente per il mondo, è stata poi calata dalla testimonianza di Andrea Riccardi proprio nella figura di Paolo: «Troppo spesso presentato come un super uomo colto, tenace, instancabile». «Un’immagine – ha proseguito il fondatore della Comunità di Sant’Egidio – che ha finito con il cristallizzarsi e risultare comoda per i cristiani pigri, incapaci di misurarsi con un modello così alto. L’umanità di Paolo è ricca, certamente, ma egli è uomo come noi, debole come noi, come i cristiani di Corinto a cui parlava e proprio per questo scelto da Dio».
«La sua grandezza – ha poi concluso Riccardi – sta nel lasciarsi trasfigurare dalla forza di Gesù. Perciò credo che l’anno paolino sia una chiamata per tutti ad imitare l’apostolo prima che ad ammirarlo, e ad essere riserva dell’umano nei luoghi della vita».
Una prospettiva d’impegno che chiama, però, nuovamente in causa il tema dell’unità ripreso a conclusione dell’incontro da Kiko Argüello, fondatore del cammino neocatecumenale: «Solamente se siamo uno il mondo crederà. Gli uomini per San Paolo vivono per se stessi, una via che non può condurre ad amare completamente. Per questo Cristo è morto, affinchè l’uomo viva per la verità e dunque sia perfettamente felice». «Un amore – ha proseguito – che Dio offre nello Spirito Santo come dono gratuito che si può conseguire, però, solo lasciandosi giudicare dalla Croce di Cristo».
25 novembre 2008