«La gioia del sacerdozio»

Intervista al cardinale vicario Agostino Vallini: martedì 12 maggio, alle 17, presiederà a San Giovanni in Laterano la celebrazione per il suo 50° di ordinazione e per il 25° di episcopato di Angelo Zema

Tanti «grazie», a cominciare da quello al Signore «per l’immenso dono del sacerdozio e per la grazia che ne ha sostenuto la perseveranza». E la gioia che «non è mai venuta meno». Con questi sentimenti il cardinale Agostino Vallini, vicario di Roma dal giugno 2008, vive la vigilia della celebrazione per il suo 50° anniversario di sacerdozio e il 25° di episcopato. Fu ordinato sacerdote per l’arcidiocesi di Napoli il 19 luglio 1964 dall’allora ausiliare di Napoli, Vittorio Longo, e consacrato vescovo dal cardinale Giordano il 13 maggio 1989 dopo la sua nomina ad ausiliare di Napoli. Martedì prossimo, alle 17, la comunità diocesana si stringerà attorno a lui nella Messa che presiederà nella basilica di San Giovanni in Laterano: prevista la partecipazione di una trentina di cardinali, una sessantina di vescovi – tra cui il vicegerente e gli ausiliari – e decine di sacerdoti.

Eminenza, a due giorni dalla celebrazione in cui ricorderà il suo 50° di sacerdozio e il 25° di episcopato, quali sentimenti prevalgono nel suo cuore? C’è qualche “grazie” particolare che sente di dover esprimere?
Ho tanti motivi personali per dire”grazie”. Anzitutto al Signore per l’immenso dono del sacerdozio e per la grazia che ne ha sostenuto la perseveranza, nonostante i miei limiti. Ma sento forte anche il bisogno di essergli grato per avermi messo accanto tante persone che mi hanno accompagnato e fatto del bene: i miei santi genitori, gli educatori del Seminario di Napoli, tanti cari confratelli sacerdoti, i miei vescovi e i Papi della mia vita, da Pio XII a Papa Francesco. Non posso dimenticare poi tanti ottimi laici, gente semplice e cara, la cui vita umile e operosa è stata per me sempre ispiratrice di bene. Tra queste persone ricordo, in particolare, la comunità del Gruppo Seguimi e i poveri di Napoli, di Albano, del Congo, del Camerun, del Burundi e ora di Roma, da cui ho ricevuto e ricevo testimonianze bellissime di umanità e di fede sincera, anche in presenza di gravi disagi e sofferenze. Il mio “grazie” sincero e fraterno infine va a tutti coloro che in questi anni di ministero a Roma mi offrono la loro generosa e intelligente collaborazione: i confratelli vescovi ausiliari, i parroci, tutti i sacerdoti, i diaconi permanenti, i consacrati e gli addetti laici del Vicariato.

La coincidenza del 25° di episcopato nella memoria della Beata Vergine Maria di Fatima dà anche una connotazione mariana alla ricorrenza.
Il 13 maggio 1989, vigilia di Pentecoste e anniversario delle apparizioni della Madonna a Fatima, fui consacrato vescovo nella cattedrale di Napoli, mentre l’ordinazione sacerdotale mi fu conferita il 19 luglio 1964. Ho creduto opportuno unire le due ricorrenze, anche per motivi pratici. La Madonna ha sempre vegliato e protetto la mia vita sacerdotale e io mi sono costantemente affidato a lei. Sono molto lieto che alla celebrazione giubilare sarà presente, per una felice coincidenza, l’immagine della Madonna pellegrina di Fatima.

Il Papa, nell’omelia della veglia pasquale, ha invitato tutti a riflettere sulle radici della propria fede, ha esortato ciascuno a chiedersi: «Qual è la mia Galilea?». Ecco, dov’è la sua Galilea?
Il Papa ha detto che la Galilea è «il luogo della prima chiamata». La mia «Galilea», dopo il battesimo, è stata l’aver sentito, da adolescente, la voce di Gesù che mi diceva “Seguimi” e la conseguente decisione di diventare sacerdote e poi la gioia di viverlo. Grazie a Dio, questa gioia fino ad oggi non è mai venuta meno, anzi è cresciuta nel corso degli anni insieme all’esperienza quotidiana di aver vissuto una vita privilegiata. Dunque, anche per me «Galilea» significa qualcosa di bello. Naturalmente non mi sono mancati momenti oscuri, sofferenze e prove, talune anche difficili, ma l’opzione fondamentale di seguire il Signore e di sentirmi amato da lui, illuminato dalla fede e dalla convinzione che anche le prove sono sostanza della sequela, non ha mai vacillato, anzi in ogni circostanza è stata l’ancoraggio sicuro. Con gli anni che passano sento l’esigenza interiore di ritornare sempre più spesso all’origine della mia storia personale come alla sorgente, e questo mi dà energia nuova e forza per andare avanti, sicuro di non aver sbagliato strada.

Papa Francesco ha parlato molte volte di come vivere il sacerdozio. Le sue sollecitazioni come interpellano la coscienza di un sacerdote?
Le rispondo con una immagine. Immaginiamo un mosaico, un bel mosaico, ma messo un po’ in ombra. L’ombra non permette di ammirarne tutti i particolari e soprattutto di cogliere la bellezza dell’insieme. Il Papa con i suoi inviti, raccolti sempre dalla Parola di Dio, illumina ora l’uno ora l’altro particolare del sacerdozio e incoraggia noi sacerdoti a dare nuovo vigore e bellezza alla vita quotidiana e al servizio pastorale.

Dall’esperienza che ha maturato, quali ritiene siano i fondamenti della vita sacerdotale?
Posso dirle che ho cercato di rimanere fedele a quanto mi è stato proposto negli anni giovanili di formazione in Seminario. I pilastri su cui, a mio parere, un sacerdote deve edificarsi sono: una fede robusta alimentata dalla preghiera quotidiana, la retta intenzione nell’agire che lo allontani dai compromessi, la passione per l’annuncio del Vangelo, un cuore magnanimo verso tutti e l’amore preferenziale per i poveri.

12 maggio 2014

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