La giornalista Laura incontra il Papa

Il racconto della nostra collaboratrice Laura Badaracchi, che ha visto Giovanni Paolo II da vicino quando ha iniziato a scriverne per il nostro settimanale. La visita al Seminario Maggiore in occasione della Festa della Fiducia

Quando è stato scelto come Papa dal collegio cardinalizio, il 16 ottobre del ’78, avevo poco più di 10 anni. Mi ero affezionata a Giovanni Paolo I, con il suo accento veneto che mi ricordava quello di mia madre e mia nonna; così mi suscitò subito simpatia il fatto che il suo successore avesse scelto lo stesso nome e che parlasse con quello strano accento polacco, chiedendo ai fedeli subito dopo l’elezione: «Se mi sbaglio, mi corrigerete».

Il suo pontificato ha accompagnato la mia crescita di fede, nella parrocchia Santa Giovanna Antida Thouret, dove svolgevo il servizio di educatrice Acr; ogni anno a fine gennaio, con i ragazzi di Azione cattolica di tutta la città, al termine della consueta Carovana della pace ci ritrovavamo sotto la finestra di Papa Wojtyla, in piazza San Pietro, per ricevere la sua benedizione e veder volare due colombe, portate fin lassù da due acierrini. Lo sentivo vicino, in quei momenti, anche se era lontano qualche decina di metri in linea d’aria.

L’incontrato, anni dopo, nella mia esperienza professionale: dal ’98, vent’anni dopo la sua elezione, ho cominciato a scrivere di lui e della sua diocesi per “Roma sette”, e dal Giubileo in avanti per “Avvenire” e altre testate. Proprio il settimanale diocesano mi chiese di seguire una volta la visita del vescovo di Roma al Pontificio Seminario maggiore: un appuntamento tradizionale, che si svolge ancora oggi in occasione della festa della Madonna della fiducia. Il Papa, già anziano e colpito dal Parkinson, avanzava nella navata centrale della cappella; io lo guardavo, colpita dalla sua umanità.

Non stava compiendo un atto dovuto, formale; non era travolto dall’entusiasmo, anche se visibilmente contento. Era un uomo che non si apparteneva, che si dava totalmente: cercava di incrociare gli sguardi, di trasmettere calore e affetto. I suoi occhi mi hanno lasciato dentro quest’impronta di profonda spiritualità, amore concreto e indomita forza: tutto insieme. Occhi blu che mi sono arrivati nell’anima, insieme alla stretta della sua mano grande e calda, affettuosa come quella di un nonno esperto della vita e di ciò che conta davvero. Pochi secondi, forse dieci, quelli in cui il nostro sguardo si è soffermato insieme alla stretta di mano, da me baciata con venerazione. Istanti che si sono però dilatati, perché in quel tempo limitato, in mezzo a tante persone, è avvenuto un incontro autentico, che Giovanni Paolo II ha voluto regalarmi. Un dono prezioso che custodirò sempre in me.

2 marzo 2011

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