La sfida dell’educazione e il problema del male

Il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, e lo psichiatra Vittorino Andreoli protagonisti dell’ultimo Dialogo in cattedrale, introdotto e concluso dal cardinale Agostino Vallini di Daniele Piccini

Dopo l’analisi del contesto familiare e dell’orizzonte della vita eterna, giovedì sera i Dialoghi in cattedrale, organizzati dalla diocesi di Roma, hanno osservato il problema dell’educazione dalla prospettiva più radicale e scomoda: l’esistenza del male. «Non è un fatto controverso che esista il male – ha sottolineato il cardinale vicario Agostino Vallini, introducendo il terzo ed ultimo incontro -, piuttosto ci si divide quando si ragiona sulla sua natura, sui rimedi e sulle cause. Nel cristianesimo il male non è limite o imperfezione ma come, affermava papa Giovanni Paolo II, si cristallizza in «strutture di peccato». Il misterium misericordiae della Passione di Cristo ha sconfitto il male radicale e Dio ci ha liberati. Ora tutto è rimesso alla libertà dell’uomo. Come deve porsi, dunque, la proposta educativa davanti al problema del male? Quali sono le vie pedagogiche da percorrere?».

«Intanto – ha tentato di rispondere Vittorino Andreoli, psichiatra e neurologo – ogni proposta educativa deve tener conto del tipo di società in cui viene lanciata e delle dinamiche dei singoli, degli uomini di oggi. Il sociologo Zygmunt Bauman afferma che la società odierna è “liquida”: senza principi, senza punti di riferimento. Se un pedagogista risolve il problema del male nel singolo ragazzo senza valutare l’influenza della società su di lui andrà incontro alla delusione». Nella società liquida vivono uomini «di superficie». Oggi l’uomo, ha proseguito Andreoli, «è attento solo alla propria superficie, alla propria “cute”. Il successo deve essere adesso, la prospettiva del futuro è eliminata. Di fronte a tutto questo dobbiamo insegnare il valore “economico” del bene: il bene fa bene, il perdono è bello. La via dell’educazione, per gli adolescenti di oggi che hanno un sé cattivo, passa per un’esaltazione continua del bene: se fai il bene ti sentirai gratificato, starai bene». Ma questa prospettiva ha bisogno di modelli. «Oggi i padri – ha concluso lo psichiatra – non possono essere punti di riferimento. Perché non presentare come modello Gesù di Nazareth? Perché non leggere ai figli il Discorso della montagna dal Vangelo secondo Matteo? Appositamente non ho detto Cristo, perché, sebbene in lui sia difficile distinguere l’umanità dalla sua missione divina, credo che Gesù, già come uomo, fosse una persona straordinaria».

«Con duemila anni di anticipo – ha riflettuto nel suo intervento il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze e biblista – la risposta alla nostra domanda la dà san Paolo nel capitolo settimo della sua Lettera ai Romani: se obbediamo alla Legge per paura, non facciamo che dare ancora più forza al peccato. “Chi mi libererà da questo corpo di morte?”, si chiede l’Apostolo. “Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!”, è la risposta. Gesù è la soluzione al problema: non si tratta di agire per timore della Legge, ma per amore del bene. So già cosa sia il bene, se conosco la Legge. Ma per capirlo fino in fondo, devo educarmi ad agire e per agire devo scegliere il bene non perché è razionale ma perché lo amo. L’amore di Gesù ci conduce oltre il male, perché ci invita a rivolgere il nostro desiderio al bene. Gesù ci invita a non pensare solo al male. Se amiamo, possiamo guardare il male e sottrarci alla sua seduzione». L’amore ha però bisogno di esempi, di modelli. «Per amare – ha proseguito il porporato – dobbiamo incontrare qualcuno che ci ami, qualcuno che ci mostri la possibilità di un Amore infinito, che non si ferma davanti a nulla. Si reagisce al male a partire dall’esempio di Gesù, come hanno fatto San Massimiliano Kolbe, il cardinale Francois-Xavier Nguyên Van Thuân, don Andrea Santoro o don Pino Puglisi. C’è una sola proposta educativa davvero efficace: l’amore».

L’amore, ha concluso il cardinale Betori, «ha tre caratteristiche. La prima è la libertà: dobbiamo quindi educare alla libertà. La seconda è la fiducia: dobbiamo fidarci degli altri per avere fiducia di noi stessi. Infine, ogni proposta educativa deve partire dall’incontro di due persone. La fragilità dell’incontro è il contrassegno di un luogo in cui agisce Qualcuno che non siamo noi. La Passione ci ricorda che Dio, come un padre amorevole, è disposto a sacrificare tutto per i propri figli».

30 marzo 2012

Potrebbe piacerti anche