La visita pastorale alla parrocchia di Santa Silvia

«Chi accoglie uno straniero, accoglie Cristo»: la memorabile frase pronunciata dal compianto Pontefice in occasione della visita avvenuta il 18 febbraio 1990. Il ricordo di un parrocchiano: Francesco Dragonetti

Un pomeriggio con il Papa, ospite della propria “famiglia”: è stata questa, per la nostra comunità, l’esperienza emozionante ed indimenticabile alla quale ci preparammo.

La visita pastorale venne preceduta da incontri preparatori, durante i quali si pose l’accento su come il nostro essere innestati in Cristo implicasse il nostro “essere” nella Chiesa. Infatti il nostro cammino, oltre ad essere modulato su catechesi ed alcune sottolineature caritative, in quegli anni, alcune “presenze” ci portarono a riflettere sull’impegno pastorale da vivere prioritariamente: tra queste l’ospitalità a 30 profughi etiopi (l’esperienza nacque grazie a una richiesta della Caritas diocesana e, dal 1983 al 1995, si calcola che circa il 3% del totale dei profughi etiopi transitati a Roma, abbia “soggiornato” presso i nostri locali) e la visita del Santo Padre, con la sua memorabile frase: «Chi accoglie uno straniero, accoglie Cristo», fu il suggello allo spirito di abnegazione di tanti volontari.

Ma sul filo dei ricordi, impressionante fu il colpo d’occhio all’arrivo del Papa che salutò la folla radunata nell’antistante piazzale e non appena fece il suo ingresso dalla navata centrale, il coro intonò “Tu es Petrus” e tutto intorno vi fu un protendersi di mani da sinistra a destra… Sembrava di rivivere l’evangelica immagine di Cristo in Gerusalemme.

Ma l’autentico “bagno di folla” avvenne nell’incontro con i giovani nel teatro; qui il Papa mostrò nella sua interezza la sua paterna comprensione alle loro domande; nel suo messaggio, li spronò ad essere umili in modo da intensificare la propria esperienza di fede.

Da questa visita pastorale, anche a distanza di tanti anni, indelebile e sempre vivo rimane il ricordo e con la sua testimonianza e presenza, Papa Giovanni Paolo II ci lasciò un’“eredità” affinché la parrocchia divenisse sempre più fermento di fede e di amore nel quartiere.

Francesco Dragonetti

2 marzo 2011

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