L’Orchestra di Piazza Vittorio in cine-concerto
Quindici musicisti di 11 Paesi e 3 continenti: il direttore artistico Tronco racconta la sua scommessa vinta, nata all’Esquilino di Concita De Simone
Quindici musicisti provenienti da 11 paesi e 3 continenti, 8 lingue che si uniscono per creare una musica del tutto originale: è l’Orchestra di Piazza Vittorio, world music nel vero senso della parola, da ascoltare e, a pari merito, da vedere. Tutto ha inizio, si intuisce, da Piazza Vittorio, a Roma, nel quartiere Esquilino; una piazza diventata internazionale. L’Orchestra è nata nell’estate del 2002 grazie alla tenacia di un’associazione culturale, l’Apollo 11, nata per salvare l’unico cinema sopravvissuto nel quartiere che stava per diventare una sala bingo, e ha preso vita proprio dallo spirito della piazza: un incrocio multietnico che ha fatto incontrare i musicisti e i suoi sostenitori.
Nel 2003 l’Orchestra ha girato l’Italia con la prima tournée. Nel frattempo sono nati due dischi, il primo omonimo e l’altro, “Sona” uscito nel 2006. In questi giorni è nelle sale il film “L’Orchestra di Piazza Vittorio” – in vendita con il dvd insieme al libro “Prove d’orchestra” e al cd inedito “Made in Piazza Vittorio” – documusical sotto forma di diario che racconta la sofferta, entusiastica e travagliata genesi dell’omonima orchestra, già più volte premiata. La regia è di Agostino Ferrente, documentarista, con la collaborazione di Mario Tronco, direttore dell’orchestra e già tastierista degli Avion Travel. L’occasione per vedere e per ascoltare i suoi protagonisti dal vivo sarà il cine-concerto di mercoledì 10 gennaio all’Auditorium di Roma (per soli 5 euro). Ne parla Mario Tronco, ideatore e direttore artistico dell’Orchestra di Piazza Vittorio.
L’idea dell’Orchestra le è nata sotto casa…
In effetti, dal 2000, abito proprio a Piazza Vittorio, dove ormai gli italiani sono una “minoranza etnica”. Ho il panettiere cinese, il fruttivendolo del Bangladesh e ho trasformato in musica gli incontri che facevo. Contemporaneamente all’idea dell’Orchestra, con Agostino Ferrente abbiamo pensato di recuperare lo spazio dell’ex cinema Apollo 11, che, già in declino, rischiava di diventare una sala bingo. Rimasi colpito dallo stile della struttura, fine Anni Trenta; sarebbe stato un peccato non farne un luogo culturale. Nacque così l’omonima associazione culturale e organizzammo un concerto di protesta che è stato solo l’inizio.
Come ha scelto i musicisti e, soprattutto, come ha fatto a tenerli insieme nonostante le differenze culturali?
All’inizio cercavo degli strumenti, perché avevo un’idea piuttosto definita del tipo di orchestra che volevo. Con mia enorme sorpresa, ho trovato un grande livello tecnico e musicisti che provenivano non solo da mondi geografici diversi, ma anche musicali: dai colti ai jazzisti, passando per il folk. All’inizio erano tutti un po’ sospettosi; era poco dopo l’11 settembre, e c’erano difficoltà con i permessi di soggiorno. Ma poi hanno acquistato fiducia e sono diventati tutti dei collaboratori, agli arrangiamenti o alla scrittura. Forse per questo sono ancora così coesi, perché sono tutti protagonisti, non ci sono leader; è un laboratorio musicale, un collettivo.
Vi piace raccontare storie; lo fate anche nel film. Ci dice qualche aneddoto?
Una curiosità che non c’è nel film è legata al primo musicista che avevo contattato, un africano. Doveva passare da me alle 11 e mezza di mattina e mi ha citofonato dopo più di 12 ore, come se niente fosse! Mi sono subito misurato in maniera drammatica con la concezione del tempo africana che è diversa dalla nostra. Ci siamo poi organizzati e all’inizio, allora, facevamo delle convocazioni a seconda dei fusorari, ma poi si sono tutti disciplinati e ora sono molto precisi.
Nel film come nei vostri album e ai vostri concerti, c’è tutta la varietà timbrica che fa diventare quasi una giostra la vostra orchestra. Cosa la sorprende musicalmente di più dei suoi musicisti?
La grande libertà che si può avere con una formazione così, perché si ha a che fare con dei musicisti ibridi, lontani dal proprio paese, ma legati alle proprie radici culturali. E allora succede che suonano in maniera completamente nuova e originale, con una contaminazione sana che li rende unici.
Grazie ai concerti e alle vendite dei dischi, siete riusciti ad assumere i musicisti con uno stipendio di mille euro mensili, e una sorta di garantito di 60 concerti l’anno. Far sopravvivere un’orchestra senza finanziamenti né pubblici né privati vi sembrava impossibile, invece avete vinto la scommessa di cui si parla nelle note di copertina del vostro primo album?
Beh, sì, è stato ed è faticoso, ma ce l’abbiamo fatta. Apollo 11 ha fatto ciò che di solito dovrebbero fare le istituzioni, cioè mettere su un’orchestra. La nostra poi ha un valore politico e sociale maggiore, visto che è composta per lo più da immigrati. Mi chiedono spesso se la nostra Orchestra rifletta l’attualità. Forse già nel suo esistere è un esempio di globalizzazione, perché poi non facciamo pezzi politici; per molti musicisti scrivere testi di protesta sarebbe un reato se scoperti nel proprio Paese. Piuttosto è frequente il tema spirituale; “amore” e “Dio” sono i due argomenti a cui i musicisti di area non occidentale dell’Orchestra ricorrono nella scrittura dei testi.
Sito ufficiale: www.orchestradipiazzavittorio.it.
5 gennaio 2006