Missioni, appello alla condivisione

La testimonianza di Alberto Casella medico in Perú nel centro finanziato dalla diocesi di Giulia Rocchi

Resta nel cuore lo sguardo delle orfanelle, dapprima impaurito, poi carico d’affetto. E indigna ancora il ricordo di quella distesa di baracche, della povertà estrema della favela. La voce trema descrivendo Carabayllo, periferia nord di Lima, baraccopoli di più di due milioni di persone. Stima incerta: non ci sono dati ufficiali sul numero degli abitanti. Ma dalle parole di Alberto Casella, medico prestato alle cure dei più deboli in giro per il Sud del mondo, traspare anche la determinazione, la voglia di continuare ad aiutare chi ha più bisogno. E di coinvolgere gli altri. Perché quella missionaria «è un’esperienza che possono fare tutti – afferma Casella -. non c’è niente di eroico. E i bisogni sono così tanti… Non servono specifiche professionalità, basta la voglia di condivisione».

Lancia un appello ai volonterosi, dunque, il medico che quest’estate ha passato due settimane in Perú, con i volontari del Centro missionario della diocesi di Roma guidati dal vescovo incaricato Enzo Dieci. A Carabayllo, presso l’«Hogar de niñas» delle suore Figlie della Misericordia del Terzo ordine regolare di San Francesco, orfanotrofio femminile con annessa scuola mista, grazie ai fondi del Centro diocesano, ha inaugurato uno studio dentistico e un ambulatorio. «Adesso un medico peruviano va lì una volta a settimana per effettuare le visite – racconta il dentista -; il suo stipendio è garantito dal Centro missionario». Dall’Italia non parte solo il denaro, ma continua un appoggio costante. «Alcuni specialisti andranno periodicamente a Lima per gli interventi più complessi – prosegue – e per portare materiale».

Casella stesso conta di tornare presto in Sud America, magari anche prima di Natale. Questa volta vorrebbe portare con sé la moglie e i figli. La famiglia, del resto, è abituata ai viaggi missionari. «Nel 1992 siamo partiti per la Tanzania – racconta – e abbiamo passato lì due anni. Ero direttore sanitario in un ospedale rurale con 168 letti per un bacino d’utenza di circa un milione di persone». Anche in Tanzania la diocesi di Roma ha dato un contributo: il suo intervento ha permesso di costruire una nuova sala operatoria. Stesi sul lettino soprattutto bambini, i più fragili. E già si vedevano i primi casi di Aids. Eppure quella di Lima si è presentata subito come «una realtà diversa e più dura di quella africana», dice Casella. «In Africa ho vissuto in una zona rurale – spiega – dove, nonostante tutto, era facile l’aggregazione. L’ambiente delle favelas, invece, spersonalizza i rapporti; le condizioni di vita sono disperate, la deliquenza è elevatissima e i nuclei familiari sono disgregati». L’orfanotrofio gestito dalle suore si trova proprio al centro della bidonville. Ma non c’è nulla da temere. «Certo, bisogna stare attenti a non ostentare orologi o macchine fotografiche – ammette Casella – e la sera è meglio non uscire».

Non per questo, però, bisogna rinunciare a partire. «Consiglio a tutti l’esperienza missionaria – ripete il medico -. Quando si torna a casa, le problematiche a cui siamo abituati ci fanno ridere. Si prova anche un sentimento di profonda ingiustizia, perché ci si rende conto che quella di Carabayllo non è un’eccezione. Ci sono favelas in tutte le città dell’America Latina, in Africa, in Asia… e stanno spuntando anche nelle capitali europee». Neppure davanti alle baracche, però, bisogna farsi prendere dallo scoraggiamento. «All’inizio si è portati a pensare che il proprio lavoro sia inutile – dice Casella -, che in giro ci sia troppa sofferenza, troppa povertà. Ci si rende conto di essere soltanto una goccia. Ma, come diceva la Beata Madre Teresa di Calcutta, con tante gocce si può fare il mare…».

1 ottobre 2007

Potrebbe piacerti anche