Monsignor Verdon: «L’arte autentica è spirituale»

Intervista all’esperto che sarà protagonista sabato 18 febbraio dell’incontro per la rassegna «Una porta verso l’infinito». Partecipano anche Francesco Buranelli, Gustavo Aceves e Gregorio Botta di Mariaelena Finessi

«Decretando gli onori liturgici a fra’ Giovanni da Fiesole, ho inteso riconoscere la perfezione cristiana al sommo pittore, ma ho voluto anche testimoniare il profondo interesse della Chiesa al progresso della cultura e dell’arte e al dialogo con esse»: così nel 1984 Giovanni Paolo II motivava la scelta di beatificare il frate, noto come Beato Angelico e assurto a patrono degli artisti. Per la memoria liturgica del domenicano, l’Ufficio diocesano Comunicazioni sociali, in collaborazione con il Pontificio consiglio della cultura, intende raccontarne la grandezza in un incontro pubblico, il 18 febbraio alle 19.30, nella Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo. All’evento, che rientra nel progetto «Una porta verso l’Infinito», parteciperanno Francesco Buranelli, segretario della Pontificia commissione per i beni culturali della Chiesa, gli artisti Gustavo Aceves e Gregorio Botta e monsignor Timothy Verdon, direttore dell’Ufficio arte sacra e beni culturali dell’arcidiocesi di Firenze. A quest’ultimo Roma Sette ha chiesto di sondare il rapporto esistente tra fede e arti figurative.

Monsignor Verdon, qual è a suo avviso la ragione che ha reso celebre il Beato Angelico?
Innanzitutto era uomo di preghiera. Fu il Vasari, nello scrivere la sua biografia, ad aggiungere al nome l’aggettivo «Angelico» ricordando come questi dipingesse in ginocchio, non prendendo mai in mano il pennello senza aver prima recitato una preghiera e come, nell’atto di dipingere i crocifissi o il volto sofferente di Gesù durante la Passione, il suo animo fosse colmo di intensa commozione tanto da segnare le gote con le lacrime. Artista talentuoso, formatosi nello stile tardo-gotico come miniaturista si aprì allo spirito del suo tempo, riuscendo a portare nell’arte sacra un elemento di modernità senza però venire a compromessi col contenuto religioso. Capace di conservare il meglio della tradizione, vi seppe aggiungere i nuovi principi rinascimentali, come la costruzione prospettica e l’attenzione all’anatomia e psicologia umana, rivelando una qualità alquanto rara.

Nell’arte contemporanea sono ancora presenti misticismo e religiosità?
In ogni periodo c’è un’arte meramente commerciale, finalizzata al guadagno economico. Difficilmente racchiude però il misticismo. Oggi la cultura dominante è materialista, a volte volgare e spesso violenta. Per l’artista è difficile focalizzare quel qualcosa che sente vibrare dentro di sé, come un suggerimento alla bellezza e a un significato più alto che va oltre la possibilità di una facile espressione nel visibile o nell’udibile. E così non approfondisce perché non vede accoglienza, e spesso trova il rifiuto anche nella Chiesa, che pure ha cercato di incontrare gli artisti. Lo hanno fatto Paolo VI e, soprattutto, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI i quali hanno riconosciuto esplicitamente come sacro perfino lo stile e il soggetto artistico apparentemente lontano dai classici canoni di religiosità. Se è arte autentica, intesa come genuino tentativo di oltrepassare l’espressione sensoria, e ha quindi un contenuto spirituale, allora è utile anche alla Chiesa che deve entrare nelle segrete pieghe della contemporaneità e incoraggiare l’arte perché venga approfondita.

Il ruolo dell’arte nella pedagogia umana: quello che forse non ha più ma che potrebbe ancora avere
In passato la società era massicciamente analfabeta e allora le immagini avevano un ruolo didattico: un esempio è la «Biblia pauperum», una raccolta di immagini sulla vita di Gesù destinata ai poveri che non sapevano leggere. Il cristianesimo ha prodotto opere d’arte al servizio della liturgia affinché fosse visibile il mistero, ossia una realtà invisibile, che occhio non ha mai visto, orecchio non ha mai udito ma che lo spirito suggerisce. Le rappresentazioni artistiche del sacro sono allora la metafora dell’incarnazione: il Verbo si è fatto uomo per essere visto. L’arte, in finale, non solo può trasmettere contenuti didattici ma, rendendo visibile il Cristo non visibile, prolunga nel tempo l’esperienza cristiana.

16 febbraio 2012

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