Pastorale sociale, una rete per valorizzare il laicato

Obiettivo puntato sui temi della relazione tra Chiesa e mondo per allargare l’orizzonte dell’evangelizzazione. Don Asolan: «La questione antropologica è la nuova questione sociale» di Federica Cifelli

«Non possiamo salvarci da soli». Lo ripete con decisione don Paolo Asolan, membro dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale, aprendo una finestra sulla realtà della crisi socio-economica e del mondo del lavoro e sui cambiamenti che lo stanno attraversando. «C’è una conversione che dobbiamo fare: da un’idea di evangelizzazione che vede questo ambito come un “altrove” rispetto alla dimensione ecclesiale – afferma – all’idea che l’appartenenza alla parrocchia e la vita quotidiana delle persone, il lavoro, la famiglia, siano una cosa sola». Di questo e non solo si parlerà oggi, 27 febbraio, alle 19 nell’incontro con il vescovo Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio Giustizia e pace, presso la basilica di Santa Croce in Gerusalemme, sul tema «Conversione e giustizia sociale», rivolto agli operatori di pastorale sociale e non solo. Per don Asolan infatti la prospettiva è ampia: «Bisogna allargare gli ambiti dell’azione pastorale, non pensando di dover risolvere i problemi ma mettendo le persone in grado di farlo. Come comunità ecclesiale ci siamo estraniati per troppo tempo da questi temi. Ora non è più possibile tirarsi indietro».

Da parte dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale l’idea di fondo è «creare una rete che valorizzi le iniziative laicali», rimettendo in moto la Consulta di pastorale sociale. E il pensiero di don Asolan va alle Acli, al Movimento cristiano lavoratori, alla Compagnia delle Opere, «con le sue cooperative che si ispirano alla dottrina sociale della Chiesa». Ma anche a «tante altre realtà interessanti che la città offre. L’anello debole a volte sono proprio le parrocchie, nelle quali i temi della relazione tra Chiesa e mondo entrano a fatica».

Il modello sociale in cui viviamo, il ruolo dell’economia e del mercato del lavoro, «cioè i loro condizionamenti sulla vita delle persone e delle famiglie». E ancora, l’impegno politico e amministrativo, le condizioni di vita, il rapporto con il territorio. Questi, per don Asolan, i nodi critici da cui ripartire, «raccogliendo l’impegno pratico della Chiesa di Roma intorno al tema della città», nell’accezione agostiniana della civitas, nella quale «anche il ruolo della Chiesa è socialmente rilevante e riconosciuto». Per tanto tempo, osserva, «abbiamo accettato il ruolo di supplenza e gestione del volontariato, e non interveniamo più sulla crisi antropologica di oggi». Realtà come quella del precariato «violano il diritto delle persone ad avere un reddito e quindi a costruirsi una famiglia: entrano a pieno titolo nella questione antropologica, che è la nuova questione sociale. E questo è esattamente l’ambito nel quale dobbiamo entrare». Consapevoli che «il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro».

Anche questo tentativo di «cambiare la testa», osserva il sacerdote, è già pastorale: parole e idee «possono cambiare il mondo. E noi sappiamo che attraverso l’impegno dei laici è Cristo stesso che lo può cambiare». Ora, continua, «è il momento di vigilare su come la riforma del lavoro andrà avanti». La speranza è «che riparta finalmente il mercato del lavoro, garantendo ai più giovani la stessa possibilità di esprimersi che veniva data ai loro genitori, ai quali gli obiettivi minimi del lavoro e della casa erano concessi». A questa speranza si affianca l’auspicio che «tra cristiani cominciamo a lavorare insieme: “Non possiamo salvarci da soli” è un monito che vale anche per noi». Di qui l’idea di realizzare alcuni «Incontri per la città» nei quali «discernere e far emergere il contributo pratico dei cristiani alla soluzione delle emergenze sociali di Roma».

A quanti vivono sulla loro pelle il dramma della disoccupazione, del precariato, poi, don Asolan rivolge un invito: «Non stare soli, organizzarsi, ricordando che i travagli e il momento epocale che stiamo vivendo possono diventare una Pasqua, un “passaggio”. Gesù è entrato nel dolore e nella morte, e ne è uscito. Questo dice anche a noi che la strada per uscirne c’è».

27 febbraio 2012

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