Raccolte in un volume le “Terre senza promesse”

In un libro pubblicato dal Centro Astalli dieci storie di rifugiati, tra persecuzioni, viaggi disumani e la detenzione nelle carceri libiche. Mazzucco: «Le rotte delle migrazioni non sono a senso unico» di Mariaelena Finessi

On line il sito del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti

«Ho attraversato il Mediterraneo all’ottavo mese di gravidanza. Non sono certo pazza. Non avevo alternative». Quella raccolta dal Centro Astalli è solo una delle narrazioni di vita vissuta che compongono il volume “Terre senza promesse”, redatto a cura del Centro Astalli ed edito da Avagliano, presentato mercoledì 19 ottobre in Campidoglio dal direttore di Radio Vaticana padre Federico Lombardi e dal presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti monsignor Antonio Maria Vegliò. In tutto dieci storie attraverso le quali i rifugiati hanno accettato di raccontare in prima persona le persecuzioni e le torture subite, i viaggi disumani e la detenzione nelle carceri libiche.

«Dovevo scappare, dovevo mettere in salvo almeno lei», la bambina. A parlare è una madre che lascia il Corno d’Africa, proprio come in migliaia, a distanza di anni, stanno facendo ancora in questi giorni. Con la guerra tra Eritrea ed Etiopia, la donna che qui si racconta è chiamata ad arruolarsi: «Tutto fuorché la leva obbligatoria, per questo sono fuggita, tutto pur di non essere toccata da quei maiali che comandano l’esercito». Le donne, del resto, in troppe aree del mondo, vengono arruolate «per due mansioni ritenute “indispensabili”», ossia «fare le sguattere ed essere usate a piacimento dal militare di turno».

Inizia così l’odissea che porterà questa donna cristiana in Sudan, nella musulmana città di Karthoum. «Bersaglio continuo di sguardi», indossava il velo «per passare inosservata». Difficile, però. «Per quanto tempo avrei potuto continuare a vivere in quel modo?». E poi eccola, la decisione folle che le cambierà la rotta: «Mi dovevo sposare. Era l’unico modo per sopravvivere». Una moglie, meglio se madre, diventa immune ai pericoli. O almeno in gran parte di essi. La chiesa in cui lei va a pregare diventa il luogo privilegiato dove poter scegliere il “candidato” al matrimonio. Trovatolo, lo avvicina e senza troppi preamboli gli espone il piano. «Non potevo credere di aver fatto una cosa del genere». Una donna che ad uno sconosciuto si propone come moglie. A vederla, il padre «sarebbe morto di dolore».

Falegname etiope, Simon – questo il nome dell’uomo – accetta. I due si sposano, imparano a rispettarsi. Uniscono gli averi e si affidano ai trafficanti che organizzano la traversata del deserto, verso la Libia. L’essere una moglie la protegge dalle moine di uomini rozzi. Non è così, purtroppo, per le ragazze che viaggiano da sole. Per sbarcare a Lampedusa, intanto, servono altri soldi. I due sposi, fermi a Tripoli, impiegano 7 mesi per racimolarli e nel frattempo scoprono di aspettare una bambina, Maria, che nascerà a Crotone in un centro di prima accoglienza. Più tardi arriverà una seconda figlia, Laura. Entrambe crescono a Roma, dove vivono insieme ai genitori, in una delle case messe a disposizione dal Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs). Qui hanno appreso persino l’accento trasteverino ma, per la legge, pur essendo nate sul suolo italiano non hanno diritto alla cittadinanza. Poco male. «Il peggio è aldilà del mare».

Melania Mazzucco che, come molti altri scrittori – da Erri De Luca, ad esempio, ad Andrea Camilleri -, introduce al lettore queste dieci storie, parla di una sorta di «vangelo apocrifo»: anche qui c’è una donna incinta e un compagno falegname, entrambi stranieri, che cercano riparo per il bimbo che verrà. «Penso alla casualità con cui il destino ci semina di qua o di là nel mondo – spiega Mazzucco, ricordando che tempo addietro suo nonno andò invece ad Addis Abeba a cercare fortuna -. Le rotte delle migrazioni non sono a senso unico, sono strade aperte, segnate dalla fame, dalle guerre, dalla storia. La meta di ieri è il punto di fuga di oggi. Chi è partito settant’anni fa oggi accoglie (o dovrebbe accogliere) chi fugge. E domani chissà».

20 ottobre 2011

Potrebbe piacerti anche