Santa Rita, l’impegno di una comunità «in trincea»
Il parroco, padre Giuseppe, racconta la “sua” periferia e le risposte offerte dal Centro d’ascolto Caritas, ristrutturato grazie all’Otto per mille. Il responsabile, Primo: «Finché ce la fai, devi essere utile a qualcosa» di Christian Giorgio
Alle 9.30 la sala d’attesa è già piena. Ad aspettare il loro turno ci sono uomini e donne, giovani e anziani. In mano tengono stretto un bigliettino con un numero, preziosissimo: permetterà loro di bussare alla porta oltre il corridoio e di trovare aiuto. La stanza del Centro di ascolto della Caritas di Santa Rita a Tor Bella Monaca, ristrutturato di recente con i fondi dell’Otto per mille alla Chiesa Cattolica, non è grandissima. I pochi mobili che si trovano all’interno sono disposti in maniera funzionale: una scrivania, un armadio che divide l’ambiente a metà e che nasconde un altro tavolo dove un computer è collegato alla Caritas diocesana. Patrizio faceva l’installatore telefonico prima di andare in pensione, adesso cura la parte informatica. È lui a creare il “database della solidarietà”, come più volte lo chiama guardando uno schermo pieno di numeri, nomi: pezzi di vita di un’intera comunità. «Da questa postazione mettiamo in rete i dati delle persone che si rivolgono a noi. Aggiorniamo in tempo reale gli uffici centrali della diocesi per poter coordinare meglio gli aiuti».
La prima a bussare alla porta è una signora minuta, 75 anni, il volto segnato dalle rughe e le mani di chi ha sempre lavorato. A fine mese la sua pensione non arriva a 400 euro. Ha sette figli, diciassette nipoti e altrettanti pronipoti che non riescono ad aiutarla: «Molti sono disoccupati, quando possibile sono io a dare loro una mano ma posso fare poco», dice con un accento siciliano che dopo 45 anni di lontananza dall’isola non ha ancora perso. Si è trasferita con il marito negli anni sessanta. A Roma hanno lavorato per costruirsi un futuro: «In Sicilia raccoglievo le olive per una miseria; qui lavoravo come domestica, mi piaceva, ero soddisfatta». Adesso chiede aiuto al Centro di ascolto e distribuzione viveri. Parla con Edda, una dei trenta volontari che prestano tempo e passione alla Caritas parrocchiale. Nel 2012 hanno gestito le richieste di 338 famiglie alle quali sono stati distribuiti più di duemila pacchi di alimenti, vestiti e 3.575 euro in aiuti economici per medicinali e pagamento di utenze.
Quella di Santa Rita è una parrocchia di periferia. Ma qui, nonostante questa parola sia entrata nel lessico familiare del pontificato di Francesco, i parrocchiani non la pronunciano con compiacimento: «Questa è una trincea più che una periferia», ripetono pensando alle difficoltà di un territorio violentato dal cemento e piegato dalla povertà. La chiesa di Santa Rita ha una pianta larga, circolare, sembra una tenda. Sul suo territorio, i residenti sono più di 25mila. Poco lontane, dal retro della sacrestia, si scorgono le “Torri”: palazzi di quindici piani costruiti negli anni ottanta durante l’espansione edilizia. “Uscire per andare in periferia” dice Papa Francesco, «e chi in periferia c’è già, cosa deve fare?» si chiede quasi scherzando padre Giuseppe Piervincenzi, agostiniano, da otto anni parroco a Santa Rita. La risposta l’ha trovata andando casa per casa, girando per i quartieri, conoscendo la gente che si accosta ai servizi della Caritas parrocchiale: «“I poveri sono i nostri padroni” diceva san Vincenzo de’ Paoli. Sono scomodi, non vengono accettati, ma è con loro che bisogna parlare, creare relazioni. Oltre alla distribuzione dei pacchi alimentari e dei vestiti noi siamo qui per dire loro che non sono soli».
Non è che una «piccola boccata d’ossigeno», come la chiama padre Giuseppe, «quella che offriamo», ma serve «a loro per avere quel minimo di sostentamento, e a noi permette di “uscire”; di metterci in discussione, di annunciare il Vangelo della carità che è parola di vita e di speranza». Padre Giuseppe, o “Peppone”, come lo chiamano i ragazzi dell’oratorio, conosce bene la realtà del quartiere. In periferia, in quella di Tor Bella Monaca, ci è arrivato nel 1977 portato dall’obbedienza agostiniana. Poi una breve parentesi lontano dalla sua parrocchia, dal 2000 al 2005. Negli anni cambiano le dinamiche sociali, la geografia dell’indigenza muta assumendo caratteristiche nuove, arrivano gli immigrati: «Sono stranieri, per la gran parte, coloro che si rivolgono al nostro centro Caritas. Vengono dalla Romania, dalla Nigeria, cercando fortuna nel nostro Paese». Per quanto riguarda gli italiani invece «sono sempre di più, soprattutto nell’ultimo anno, quelli che non riescono a pagare il mutuo, la luce, il gas»; non solo anziani ma anche «giovani che non hanno una famiglia su cui contare – dice il sacerdote -, che non riescono a trovare lavoro per sfamare i propri figli, gli stessi che facciamo venire qui in oratorio durante l’estate».
E sono veramente tanti i bambini che affollano le stanze della parrocchia di Santa Rita non appena sono terminate le scuole. Il loro vociare rimbomba nella palestra, nelle stanze in cui imparano a cucire, a giocare, a stare insieme. Per i più piccoli, invece, durante l’inverno è attivo un piccolo asilo. È stato Primo Montani, responsabile della Caritas parrocchiale, ad avere l’idea. «Grazie ai colloqui nel Centro di ascolto -spiega – abbiamo capito che molte mamme, in cerca di lavoro, non sapevano dove lasciare i bambini. Abbiamo richiesto un contributo alla Caritas diocesana con il quale comprare sedie, giocattoli e materiale didattico». Da due anni e mezzo l’asilo è attivo. Qui, a turno, «le mamme dei bambini si danno il cambio per badare ai piccoli così da permettere alle altre, a rotazione, di andare a lavoro senza preoccupazioni». Si crea così un «circolo virtuoso di collaborazione e di solidarietà – aggiunge Primo -, senza il quale molte di queste donne non avrebbero mai potuto trovare il tempo per cercare e mantenere un impiego». Lo sguardo di Primo, 77 anni, ex impiegato della Rai, passa sui disegni che i bambini dell’asilo hanno appeso ai muri. Fogli colorati che portano, in calce, le firme dei piccoli autori; nomi italiani e stranieri: «Ecco a cosa serve il nostro lavoro da volontari – dice con gli occhi che sorridono -. Perché fin quando ce la fai devi essere utile a qualcosa».
L’ultima a bussare alla porta del centro d’ascolto è Lorena, 20 anni. Timidamente entra per chiedere informazioni sui pacchi viveri. Parla un perfetto italiano, ha uno zaino alle spalle, i capelli legati dietro la nuca. È in ritardo, il Centro è chiuso da qualche minuto ormai, ma la fanno entrare lo stesso. «È giustificata, viene da scuola, è mattina di esami questa» dicono sorridendo gli operatori che la conoscono. Lorena è nata in Italia da genitori rumeni ma non ha la cittadinanza :«Costa troppo ottenerla» dice. Parla diverse lingue, dirige il giornalino della scuola e l’arte è la sua passione. Dopo gli esami vuole iscriversi all’università o, «se non riesco a pagare le tasse, vorrei frequentare un corso per fare la guida turistica». È questo il sogno di Lorena: accogliere gli stranieri per raccontare loro la bellezza di Roma e di un Paese che non riesce ancora a riconoscerla come propria figlia.
5 luglio 2013