Scalabriniani, padre Gazzola è il nuovo Superiore generale

Il missionario, parroco del Santissimo Redentore a Val Melaina fino al 2003, è stato eletto dal Capitolo generale a Turcifal, in Portogallo. La congregazione, presente in 30 Paesi dei 5 continenti, conta 700 religiosi di F. Cif.

È padre Alessandro Gazzola il nuovo superiore generale dei Missionari di San Carlo Barromeo: gli Scalabriniani. Lo ha eletto ieri, mercoledì 21 novembre, il Capitolo generale in corso a Turcifal, in Portogallo. Il religioso, nato a Bassano del Grappa il 14 giugno 1955 e ordinato sacerdote nel 1982, ha svolto il suo servizio in diversi seminari della congregazione, ma è stato anche parroco della comunità romana del Santissimo Redentore a Val Melaina, dal 14 settembre del 1997 fino al 31 agosto del 2003. Dal 2006 è stato rettore dell’Istituto Teologico internazionale scalabriniano, sempre a Roma. Nella provincia Sacro Cuore della congregazione padre Gazzola ha ricoperto gli uffici di consigliere e di vicario provinciale. Fino ad ora è stato vicario della regione Beato Giovanni Battista Scalabrini, che comprende Africa ed Europa.

Quella degli Scalabriniani è una comunità internazionale di religiosi presenti in 30 Paesi dei 5 continenti. Attualmente si contano, all’interno della congregazione, circa 700 religiosi in tutte le parti del mondo ( 588 sacerdoti, 11 fratelli missionari, 104 religiosi studenti e 7 vescovi), che continuano la missione del fondatore, il beato Giovanni Battista Scalabrini, che ha dato vita alla congregazione il 28 novembre 1887, quando era vescovo di Piacenza. Al centro della loro cura pastorale, i migranti, di diverse culture, fedi ed etnie. «Coscienti che il Regno di Dio si esprime attraverso le realtà umane e si costruisce in esse – si legge nelle Regole di vita della congregazione -, sappiamo cogliere i valori che caratterizzano la vita dei migranti e costituiscono un apporto loro proprio alla solidarietà di tutti i popoli e alla fratellanza universale: le aspirazioni alla dignità, alla partecipazione, alla giustizia e alla salvezza integrale». Nello stesso tempo «teniamo in grande conto il patrimonio spirituale di pensieri, di tradizioni, di cultura e di religione, che i migranti portano con sé dal luogo di origine, come pure il patrimonio di valori del nuovo ambiente, nel quale vengono a dimorare».

Nasce dal desiderio di indirizzare questi valori «alla costruzione del Regno di Dio» lo spirito «autenticamente missionario» della congregazione. È questo che «ci rende pienamente disponibili – spiegano i religiosi – non solo a lavorare fuori della nostra patria ma anche ad acquisire, qualora manchi l’omogeneità naturale, un’affinità spirituale, psicologica e linguistica con i migranti affidati alle nostre cure, qualunque sia la loro origine».

22 novembre 2012

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