Sebastiano Brusco: la musica a dimensione di pubblico

Il pianista e direttore artistico de “I Concerti nella Sagrestia del Borromini” a piazza Navona, animato dal desiderio di avvicinare la musica e i musicisti alla sensibilità degli ascoltatori di Valentina Lo Surdo

«Minore è il numero dei musicisti, minore deve essere la distanza che separa i musicisti dal pubblico». Parole di Igor Stravinskij, assunte quale motto della rassegna concertistica de “I Concerti nella Sagrestia del Borromini”, gioiello architettonico del barocco situato all’interno della chiesa di Sant’Agnese in Agone, che grazie alla dimensione raccolta e a una scintillante acustica rappresenta lo scenario ideale per concerti di musica da camera. Da sette anni la sagrestia affrescata dall’Allegrini e dal Gismondi, concepita dal Borromini in tutti i suoi dettagli compreso il mobilio, è teatro di una rassegna che ha conquistato l’attenzione del pubblico italiano e straniero, guadagnandosi il titolo di “Best deal on a cultural event” dal New York Times.

Abbiamo incontrato il direttore artistico Sebastiano Brusco, che divide la sua carriera concertistica di pianista con l’impegno di organizzatore de “I Concerti nella Sagrestia del Borromini” (www.santagneseinagone.org), tutti i venerdì fino al 24 aprile alle ore 18.30. Oltre al consueto calendario è previsto un recital pianistico dello stesso Brusco il 31 gennaio alle 21, con un programma dedicato agli Improvvisi op. 90 di Schubert e varie opere di Chopin.

La tua vita artistica si divide tra i concerti e l’organizzazione di questa rassegna. Cosa significa essere un musicista classico oggi?
Tante cose insieme: non soltanto è fondamentale essere un valido strumentista, ma è necessario vivere da divulgatore dell’arte. In un momento in cui il pubblico si è allontanato dalla musica classica bisogna perseguire la missione della diffusione dell’arte musicale. Un impegno difficile, ma che ripaga immensamente nella gioia di chi ti ascolta.

Come si concilia questa “missione” con l’espressione naturale di una performance?
Gli esecutori, se vogliono coinvolgere il pubblico, devono interpretare ed esprimere allo stesso tempo se stessi: il pubblico non vuole che gli si racconti qualcosa, ma “sentire”.

Cosa cambieresti dell’attuale mondo della musica classica?
Credo che un aspetto negativo sia rappresentato dai concorsi. Gare musicali in cui la giuria valuta l’esecuzione seguendo parametri fondamentalmente tecnici, non direttamente proporzionali alla bellezza e alla comunicatività delle esecuzioni. Il pubblico, non essendo condizionato da scuole di pensiero, coglie l’essenza dell’arte senza filtri pregiudiziali…e non bisogna dimenticare che è lui il vero destinatario delle opere d’arte. Il guaio è che molti giovani che frequentano i concorsi si preoccupano di un’esecuzione da “gara” temendo di mostrare scelte artistico-esecutive che vadano a contraddire le scuole interpretative. Determinando un appiattimento della personalità artistica.

Quale dovrebbe essere l’approccio più giusto da parte di un giovane esecutore?
La musica è un trasmettitore istantaneo di emozioni e se un’esecuzione si sofferma sull’esteriorità, essa viene inevitabilmente recepita da chi ascolta. Il pubblico desidera la verità…una verità che si deve concretizzare nel breve spazio di un concerto, provenendo da anni di lavoro su se stessi. Un percorso di autoconoscenza e di approfondimento alla continua ricerca di emozioni “vere”.

Quale approccio interpretativo prediligi?
Per esprimere al meglio le emozioni di un brano si possono usare tutti mezzi a disposizione. Nel Novecento la prassi esecutiva, con il rifiuto romantico, si è distaccata da quella ottocentesca in cui si abusava ad esempio dei “rubati”, allontanandosi a tal punto da snaturare la musica composta allora. Oggi per dare risalto alla struttura del pezzo si sacrifica spesso l’agogica, i respiri di fraseggio, con il timore di aggiungere all’esecuzione qualcosa di superfluo e di troppo personale. Il classicismo in particolare ne ha risentito molto.

Ti riferisci alla prassi esecutiva di Mozart?
Soprattutto a Mozart. Nella sua musica strumentale si è persa la naturalezza delle frasi musicali, a differenza di come avviene nelle interpretazioni, più libere, delle opere liriche. Il fraseggio strumentale, essendo privo di testo, dovrebbe essere evidenziato maggiormente e in maniera convincente: per mettere in contrasto episodi e frasi differenti non si può pretendere di mantenere lo stesso andamento dall’inizio alla fine. Il “respiro” che interrompe per un istante il fluire della musica dando vita a un episodio diverso, il “rubato” che se condotto con eleganza rende più chiaro il principio e la fine di una frase, i leggeri cambiamenti di tempo tra un periodo e l’altro, se necessari a rendere più espressiva la musica, non vanno demonizzati, anzi rendono vivo e coinvolgente l’ascolto.

Immagino che tu scelga i musicisti anche in base a questi parametri. Cosa ci aspetta nei prossimi appuntamenti della tua rassegna?
Sicuramente perseguo una libertà di scelta degli artisti che abbiano una visione musicale indipendente. Allo stesso tempo cerco di strutturare gli appuntamenti nel segno di una grande varietà di repertorio e di strumenti coinvolti, pur mantenendomi nell’ambito della musica da camera, così congeniale alla Sagrestia. Venerdì 9 gennaio sarà di scena il Novecento francese, protagonista la flautista siciliana Daria Grillo; il 16 una formazione molto particolare, il Trio Ecoensamble, formato da flauto, oboe e pianoforte, mentre il 23 gennaio avremo il pianista Giorgio Costa in un recital prettamente romantico. Infine il 30 si esibiranno Bernardino Penazzi e Sabrina di Carlo rispettivamente al violoncello e al pianoforte.

9 gennaio 2009

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