September Concert: quando la musica crea la pace

All’Auditorium Parco della Musica la quinta edizione della manifestazione organizzata dalla Compagnia della Musica in Roma. In programma il “Requiem tedesco” di Brahms diretto da Lorin Mazeel di Francesco d’Alfonso

«L’11 settembre è una data che fa parte ormai dell’iconografia mondiale come evento tragico non solo per gli Sati Uniti d’America, ma per tutta l’umanità. L’obiettivo del “September Concert” non è quello di commemorare un momento triste della storia contemporanea, ma quello di affermare, attraverso la musica, il concetto di pace sia come assenza di guerra sia come giustizia sociale, come garanzia alla vita». Ludovica Rossi Purini, presidente della Compagnia per la Musica in Roma, associazione culturale no profit, che rappresenta in Italia la prestigiosa Fondazione statunitense “September Concert”, pronuncia queste parole con la passione e la consapevolezza di chi crede fermamente che la musica ha realmente il potere di parlare alla sfera intellettuale e alla sfera emotiva dell’uomo, e che per questo può essere fonte di pace, «condizione imprescindibile per il progresso materiale e spirituale dell’umanità».

La quinta edizione del “September Concert” è stata inaugurata ieri (giovedì 9 settembre) alle ore 20 al Tempio di Adriano con la Lectio magistralis del professor Massimo Teodori sul tema “L’America dopo l’11 settembre”; seguita, il 10 settembre, da concerti di musica classica e rock nel Carcere di Rebibbia, al Policlinico Gemelli e nella basilica di Santa Maria in Trastevere. L’11 settembre, alle 20.30, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica, l’evento più atteso: il concerto di gala, organizzato dalla Compagnia per la Musica in Roma, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e la Fondazione Musica per Roma, che prevede l’esecuzione di “Ein Deutchsches Requiem” op. 45 di Johannes Brahms, diretto dal maestro Lorin Maazel alla guida dell’Orchestra della Svizzera Italiana, del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia e dei solisti Jeanine De Bique e Paul LaRosa.

«Il “Requiem” di Brahms ha una sacralità quasi laica – afferma Ludovica Rossi Purini – è un “monumento” alla spiritualità priva di ogni contestualizzazione». Forse è questo il motivo per cui l’autore fa precedere il titolo dall’articolo indeterminativo “ein”. In effetti, più che una Missa pro defuntis, il “Requiem tedesco” è una cantata funebre che trascende ogni confessionalismo e segue un percorso spirituale tracciato musicalmente dai grandi maestri del Barocco, che prestavano la loro opera nelle corti come nelle chiese, in un periodo storico in cui «non si poteva più capire se scrivere una Messa da concerto volesse dire trasformare la sala da concerto in una chiesa o la Messa un pezzo da concerto» (C. Dahlhaus). Brahms non trae spunto dalla liturgia cattolica, ma articola quest’opera in sette momenti tratti dalla versione tedesca della Bibbia (usata dai luterani), con versetti dell’Antico e del Nuovo Testamento. Attraverso la lettura della Bibbia, Brahms traccia la sua personale riflessione sul cammino dell’uomo e sul suo riposo eterno, la morte, permeata da un’idea di pace. E conclude la sua opera con le parole dell’Apocalisse: «Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono» (Ap. XIV, 13).

Ecco allora che il programma del “September Concert” è assolutamente appropriato per ricordare l’11 settembre 2001 e le vittime dell’attentato terroristico alle Twin Towers. Ma può la musica essere realmente strumento di pace? «Pace non è solo una condizione storica o politica, non significa solo assenza di guerra – ribadisce la presidente della Compagnia per la Musica in Roma –. La pace è anche una condizione dell’anima. Io sono convinta che l’arte in generale e la musica in particolare possano “migliorare” l’animo degli uomini, sia delle persone comuni, sia di chi governa e quindi, in qualche modo, decide della vita degli altri. È come se la musica fosse un sasso gettato nell’acqua, che genera tanti cerchi, da quello più piccolo a quello più grande». Una metafora, direbbe qualcuno. Un’utopia direbbe qualcun altro. O forse una verità, seppure lontana: a noi piace credere, come il principe Miškin nell’ “Idiota” di Dostoevskij, che «la bellezza salverà il mondo».

10 settembre 2010

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