Shoah e giovani: un testimone da raccogliere

Raccontare l’Olocausto ai ragazzi: il ruolo prezioso dei sopravvisuti e la necessità di preservare i tanti luoghi che a Roma ancora “raccontano” quegli anni. Su tutti, il mausoleo delle Fosse Ardeatine di Eraldo Affinati

Come si fa a parlare della Shoah a Romoletto? Tu provi a spiegargli cosa è stato lo sterminio degli ebrei avvenuto nel cuore dell’Europa cosiddetta civilizzata alla metà del secolo scorso e lui ti guarda annoiato, come se gli stessi illustrando la traversata delle Alpi realizzata da Annibale Barca durante la seconda guerra punica. Allora ripensi a Primo Levi quando, al ritorno dal lager, cominciò a raccontare l’indicibile: negli occhi di chi lo ascoltava vedeva alternarsi la pietà, lo sconcerto, l’imbarazzo, forse l’incredulità. Era una reazione che lui già conosceva, non foss’altro perché l’aveva decifrata nei due giovani soldati russi, giunti a cavallo davanti ai cancelli di Auschwitz il 27 gennaio 1945, sessantanove anni fa. All’inizio della «Tregua» trovò un’espressione indimenticabile per definirla: «confuso ritegno».

Per un adolescente di oggi è molto difficile recuperare la freschezza e la forza della tensione emotiva che animò i primi liberatori, soprattutto se devono farlo in occasioni ufficiali, come la Giornata della Memoria, inaugurata nel 2001 dallo Stato italiano per celebrare le vittime della ferocia nazista. A volte i discorsi, i convegni e i dibattiti, pure necessari, nell’animo di un quindicenne rischiano di ottenere l’effetto opposto rispetto a quello che si propongono.

Esiste, lo sappiamo, un sistema infallibile per coinvolgere i ragazzi: portare davanti a loro un testimone diretto. Il giorno in cui Piero Terracina, uno degli ultimi ebrei romani sopravvissuti alla Shoah, venne a parlare agli studenti della mia scuola, d’improvviso cadde il silenzio. L’ex-deportato, con voce lenta e scandita, declinò da par suo alcune scene capitali che restano incise nella nostra mente. Le leggi razziali: la maestra entra in classe, fa l’appello, quando arriva al nome di Piero, lui è costretto a uscire dall’aula. A casa il bambino chiede a papà: «E adesso, come farò a studiare?». Sulla banchina di Birkenau, l’ultimo sguardo della madre rivolta ai figli: «Non vi rivedrò più». E poi da solo sino alla fine, dalla vita animale del lager al lungo ritorno attraverso l’Europa: unico scampato della famiglia.

Gli stessi alunni incapaci di star fermi sui banchi più di dieci minuti sono rimasti assorti ad ascoltarlo senza battere ciglio per oltre due ore. Quando il vecchio reduce si è tirato su la manica della camicia per mostrare il numero tatuato, non si sentiva volare una mosca. Al termine, senza che nessuno lo avesse chiesto, quegli adolescenti irrequieti, indisciplinati, pluribocciati, si sono alzati in piedi per applaudirlo.

La domanda è d’obbligo: come faremo quando i veri protagonisti non ci saranno più? Dovremo rassegnarci a vedere svanire nel ricordo la tragedia della Shoah? Al contrario. Dovremo essere noi, i nati dopo, a raccogliere dai reduci il testimone della memoria. Con una differenza: mentre le loro storie nascevano dall’esperienza personale, noi dovremo conquistarci la legittimità necessaria per dare credibilità alle nostre parole. In quale modo? Innanzitutto con lo studio rigoroso delle fonti storiche. E poi con la preservazione dei luoghi. A Roma ne abbiamo tanti: dal Portico d’Ottavia alla Stazione Tiburtina, dal Forte Boccea alle pietre d’inciampo che l’artista tedesco Gunter Demnig, con amorosa cura, non si stanca di deporre davanti alle case da cui vennero deportati gli ebrei.

Ma un posto spicca sugli altri: le Fosse Ardeatine. Attraversare le gallerie buie per arrivare davanti alla spianata delle tombe schierate è un’esperienza tale che perfino i ragazzi meno avveduti sentono i brividi correre sulla pelle.

27 gennaio 2014

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