«Soccorrere i barconi per evitare altre vittime»

A Santa Maria in Trastevere la veglia per ricordare quanti sono morti nella speranza di raggiungere l’Europa, guidata da monsignor Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti da Agenzia Sir

«L’accoglienza è un dovere dell’Europa nei confronti di questi uomini e di queste donne e quindi chiediamo ai governi europei di fare tutto il possibile per soccorrere i barconi che si incontrano nel mare». Lo ha detto ieri sera (16 giugno 2011), nella basilica di Santa Maria in Trastevere, monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, presiedendo la veglia di preghiera per le vittime dei viaggi verso l’Europa “Morire di speranza”, organizzata da Comunità di Sant’Egidio, Fondazione Migrantes, Centro Astalli, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Caritas italiana e Acli. «A tutti chiediamo di vivere la dimensione dell’accoglienza – ha sottolineato monsignor Vegliò – sapendo che nell’accogliere non si perde mai nulla, ma si coglie un’occasione preziosa per ritrovare anche la nostra umanità». «Nei piccoli centri e paesi dove sono ospitati i rifugiati – ha aggiunto –, molti italiani hanno dimostrato con i loro gesti, offrendo i vestiti e andando a trovare i profughi, come hanno fatto i cittadini di Lampedusa, che c’è più gioia nell’accoglienza che non nel chiudersi».

Dal 1990 ad oggi almeno 17.597 persone sono morte nei viaggi lungo le frontiere dell’Europa. Nei primi cinque mesi del 2011 sono stati già 1.820 i morti nel Mediterraneo, di cui 1.633 in viaggio verso l’Italia. «Questi ultimi mesi – ha commentato monsignor Vegliò – sono stati tragici per le morti in mare. Tra le imbarcazioni partite dalla Libia, alcune erano così mal ridotte che, appena fuori dalle acque territoriali libiche, già imbarcavano acqua». «Ricordare queste persone – ha concluso – diventa un impegno per risvegliare le coscienze e aiutare ad agire per il bene di tutti».

Le organizzazioni promotrici fanno appello alla comunità internazionale e alle istituzioni affinché «si proceda all’apertura urgente di canali umanitari e si garantisca il trasferimento delle persone verso luoghi sicuri. Solo uno sforzo congiunto in questo senso può permettere alle persone in fuga di non rischiare la propria vita in mare».

17 giugno 2011

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