Tommaso Moro, «martire della fedeltà»

Nella parrocchia del Tiburtno, dibattito tra il vescovo Matteo Zuppi e il giurista Francesco D’Agostino sulla figura del santo inglese e sulla sua idea di laicità fondata sulla coscienza e sulla verità di Lorena Leonardi

«Il martirio non va molto di moda, nella Chiesa che respira la mentalità comune. E in alcuni casi sembra addirittura un’esagerazione. Noi siamo tutti martiri, sì, ma dell’individualismo». Sono le parole con le quali monsignor Matteo Zuppi, vescovo ausiliare per il settore centro, ha introdotto ieri, mercoledì 12 febbraio, nella parrocchia San Tommaso Moro, il suo intervento in occasione dell’incontro sul tema “Tommaso Moro, martire della laicità”. Evidenziando quanto il santo inglese vissuto nel XVI secolo e canonizzato da Pio XI nel 1935 abbia ancora «tantissimo da dire», il vescovo ha chiarito che «il martire non è un coraggioso, un intrepido. Il martire non è un fondamentalista, e nemmeno un esibizionista: il martire sceglie di restare, e lo fa per amore». Il martirio è la scelta di chi «difende le proprie idee anche quando non gli conviene. Tommaso Moro non si è piegato all’interesse privato: non è il martire della coerenza, ma della fedeltà».

Noi, invece, per il vescovo Zuppi «siamo i cristiani del “si dovrebbe fare”, capaci di qualunque compromesso. Quello in cui viviamo è il mondo della tiepidezza scambiata per equilibrio, come se una passione implichi rinunciare ad altro». Salvare se stessi, in quest’ottica, «diventa prudenza. Ci spendiamo molto per noi stessi ma non per gli altri. Per mettere al centro noi stessi facciamo sacrifici assurdi, per il resto, invece, non vale mai la pena». Dal comodo torpore dell’indifferenza in cui alberghiamo ci può scuotere la testimonianza di Tommaso Moro, «che era un laico ma ha vissuto la buona vita del Vangelo al punto da offrire la sua vita in un atto di amore estremo per la verità. Tommaso Moro capisce la sofferenza e sceglie di affrontarla, di non scappare. Pone la coscienza a vero fondamento della laicità e combatte molto contro i pusillanimi, contro tutti coloro che hanno il cuore piccolo».

Molti spiegano il martirio di Tommaso Moro con il conflitto personale tra lui ed Enrico VIII: la sua decapitazione, però, «non è stata una questione caratteriale», sostiene Francesco D’Agostino, docente di filosofia del diritto a Tor Vergata e presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani. «E non c’entra nemmeno la nullità delle nozze tra il re e Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena, che, dopo il diniego romano, verrà concessa dal clero inglese. Tommaso Moro – prosegue D’Agostino – si rifiuta di giurare sul Supremacy Act perché non riconosceva la formula con cui Enrico si dichiarava fonte della verità religiosa, filosofica e spirituale del regno». Lungi dal volersi fare «difensore del papato contro Enrico VIII, Tommaso non accettava che il re dichiarasse la propria supremazia non tanto sull’ordinamento canonico quanto sulle verità tali da coinvolgere i sudditi del tempo, nella pretesa di considerarsi unica verità riassuntiva delle mille facce della verità». Da questo punto di vista, conclude il giurista, Tommaso Moro ha precorso i secoli divenendo «non martire della fede ma martire della verità, sulla cui mistificazione non può poggiare alcuna fede».

13 febbraio 2014

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