Uil:«La punta della crisi deve ancora arrivare»
Secondo Luigi Scardaone, segretario del sindacato di Roma e Lazio, bisogna ripensare ai contratti di apprendistato e alle modalità per scegliere un lavoro. Servono dei mestieri, che nessuno fa di Graziella Melina
Nel Lazio «il terziario pubblico ha fatto in un certo senso da ammortizzatore sociale. Ma la punta vera della crisi deve ancora arrivare». Ecco perché, avverte Luigi Scardaone, segretario generale della Uil di Roma e Lazio «se non si sblocca la situazione, in virtù dei provvedimenti del governo neonato, probabilmente nel 2012 avremo danni ancora più drammatici di quelli del 2011».
Secondo una ricerca della Banca d’Italia nel 2010 la probabilità di trovare lavoro è del 26,7%, per i giovani del 28%
La nostra posizione di mantenere comunque le imprese aperte e i lavoratori attaccati al posto di lavoro, anche se in cassa integrazione, si giustifica proprio per questo: finché c’è l’impresa, c’è una pur minima possibilità di reinserimento.
E per i giovani cosa si può fare?
Noi come generazione abbiamo commesso qualche errore nello spingere i nostri figli a scegliere dei titoli di studio che non consentono più di trovare una facile collocazione, a meno che non siano lauree o ordini di studi estremamente specializzati. Dobbiamo necessariamente orientarci verso ordini di formazione che consentano l’apprendimento di arti e mestieri.
Meglio scegliere lavori manuali?
Quando ero ragazzo c’erano i cosiddetti istituti di formazione dove si imparavano i mestieri. Adesso abbiamo tanti liceali con sbocchi universitari dai quali usciranno disoccupati più alfabetizzati, preparati, ma che nell’applicazione pratica non serviranno a nulla. Infatti occorrono impastatori, vetrai, falegnami, idraulici.
Cioè, è colpa dei giovani se con la crisi non trovano lavoro?
La responsabilità è della generazione come la mia, che non ha inculcato nella loro mente che pecunia non olet, il denaro non ha odore, ma bisogna andarselo a guadagnare. In Italia non manca il lavoro, il fatto è che i lavori più umili li lasciamo agli stranieri. Basti pensare che un lavoro ben remunerato come il pizzaiolo permette di guadagnare dai 2mila ai 2500 euro al mese. C’è gente che preferisce che il figlio vada magari in un call center a 400 euro al mese, però in giacca e cravatta, piuttosto che a fare le pizze.
In realtà i lavori manuali sono spesso sottopagati e a nero
Penso che il datore di lavoro stia imparando che anche lo straniero che va a lavorare a nero alla fine apre dei contenziosi. Basta andare nell’ufficio vertenze dei sindacati per rendersi conto che uno straniero può lavorare anche 10 anni in nero, però quando va via ti chiede il resto e tu glielo devi dare con gli interessi.
Eppure secondo l’Istat nel 2010 oltre il 10% dei lavoratoti era senza regole
Ribadisco, il lavoro nero ci può anche essere, però è un fatto transitorio, che è destinato a riemergere. L’auspicio è che il contenzioso che sta nascendo, copiosissimo, faccia ricondurre a più miti consigli i datori di lavoro.
Lei è ottimista…
Il mio è un augurio. Così come mi auguro anche che decolli finalmente la bilateralità, per asseverare per esempio i contratti di apprendistato.
A proposito di contratti, secondo le ultime rilevazioni dell’Ebitemp (l’Ente bilaterale per il lavoro temporaneo) da gennaio di quest’anno il numero medio di occupati in somministrazione è cresciuto del 9,6%. Come se lo spiega?
L’interinale viene preso per il tamponamento giornaliero delle imprese private. Ma per gli enti pubblici questa tipologia di lavoro consente di rinverdire quel sottobosco della politica che è sempre molto fumoso e paludoso.
In che senso?
Si impedisce per esempio al Comune di assumere direttamente, ma quel Comune per far fronte ai propri impegni deve rivolgersi al lavoro interinale che, se somministrato correttamente, costa mediamente tra il 21 e il 25 per cento in più di un dipendente assunto direttamente, anche se a contratto a tempo determinato.
Eppure le varie forme di flessibilità sono arrivate prima della crisi. Perché non siete intervenuti in tempo?
Il sindacato non ha il potere di legiferare, ma può solo opporsi. Comunque, in questo momento, in Italia non è un problema di flessibilità, ma di ricondurre al governo le troppe flessibilità che leggi permissive hanno consentito.
La mancata compattezza dei sindacati non ha affatto giovato.
Certo. Il problema però è il sano pragmatismo. Faccio un esempio: in Italia siamo coscienti che nel 96 per cento delle imprese l’articolo 18 non si applica perché si tratta di aziende sotto i 15 dipendenti. Quando si sventola questo articolo, a favore di chi lo si fa? Di quel 96 non coperto o a difesa corporativa di quel 4 per cento coperto? Noi abbiamo detto che quello era un falso problema.
Qual è allora il vero problema?
Lo scoglio maggiore è sul secondo livello di contrattazione che certe associazioni datoriali non vogliono. Molto facile dare buste paga ineccepibili e poi però accreditare solo la metà dell’importo.
Le vostre proposte?
Nel Lazio serve innanzitutto un abbattimento dei costi della politica. Considero un insulto alla situazione della nostra regione la norma, “a futura memoria”, dei “monogruppi”: si risparmierà, ma a partire da 4-5 anni. Nella regione Lazio inoltre ci sono 20 Commissioni, non vi è consigliere regionale che non abbia il doppio, triplo incarico. Oltre al fatto che abbiamo tutti gli assessori non eletti in Consiglio regionale ma cooptati. Per cui paghiamo i consiglieri regionali e anche gli assessori in virtù di scelte scellerate che la politica ha fatto.
Quindi?
Cominciamo dall’autoriforma della politica e poi potremo parlare di sacrifici.
25 novembre 2011