Una gara di cucina nel carcere di Rebibbia
L’associazione Vic della Caritas diocesana organizza la “Festa della solidarietà” nella casa di reclusione. I detenuti si sfidano ai fornelli da campeggio di Jacopo D’Andrea
«Ero in carcere e siete venuti a visitarmi». Queste parole del Vangelo di Matteo esprimono lo spirito con cui l’associazione Vic (Volontari in carcere), una onlus che è legata alla Caritas diocesana di Roma, ha animato, sabato 28 maggio, la “Festa della solidarietà” nella casa di reclusione di Rebibbia, alla presenza del direttore Stefano Ricca. Nel cortile centrale del carcere si sono riuniti, così, numerosi detenuti per una inconsueta gara culinaria sotto la giuria di Marcello Masi, vicedirettore del Tg2 e direttore editoriale della rubrica Eat parade, e di Clara Barra, coordinatrice nazionale del Gambero Rosso. «È una vera e propria gara di cucina galeotta: si cuoce con le stesse regole che ci sono in carcere. Quindi, niente posate di metallo ma di plastica. Le grattugie sono fatte con scatole di tonno bucherellate e per tagliare si usano anche dei coperchi in plastica», riferisce Daniela De Robert, presidente del Vic. E questa tenzone ai fornelli da campeggio ha una tradizione. «L’ha inventata un ergastolano che fece un grandissimo percorso di cambiamento – spiega De Robert -: le prime edizioni erano regionali, ora sono nazionali e internazionali». Tra i partecipanti infatti c’è anche un gruppo di tunisini, in lizza con la loro specialità principe: il cous cous.
Proprio davanti a una tavola imbandita con pane arabo troviamo Rafat, un detenuto egiziano che vive in Italia dall’86. Ha la cittadinanza e coordina il circolo detenuti stranieri della Casa di reclusione di Rebibbia. Racconta: «Qui ci sono il 30% di reclusi stranieri, non solo arabi». Rafat ha diversi fratelli in Egitto ed è cristiano copto. «Mi raccontano che lo stato egiziano è praticamente assente e i fondamentalisti usciti dalle galere hanno ripreso a fare caos: lì la polizia ha paura», confessa. Dei detenuti romani invece poco più in là mostrano orgogliosi il loro «merluzzo all’acqua pazza senza sale perché sul pesce il sale non ci va». Mentre si accalcano altri reclusi incuriositi, la volontaria Maria Pons de Leon racconta: «Noi del Vic operiamo in tutti e 4 gli istituti di Rebibbia (tre maschili e uno femminile, ndr). Siamo un centinaio di volontari. Qui nella casa di reclusione hanno le sezioni aperte. C’è chi ha bisogno di contattare la famiglia, chi l’avvocato, chi invece vuole solo parlare. Io faccio la volontaria dal 1998 e non posso farne a meno: è bellissimo». Il Vic, tra l’altro, ha anche una cooperativa sociale che offre lavoro dentro e fuori dal carcere e ogni anno organizza un corso di formazione per volontari in carcere aperto ai cittadini.
La gara continua anche con piccoli sfottò ed “esibizionismi”. Un detenuto davanti alle telecamere del Tg3 lancia una pizza in aria. Al tavolo affianco, cade un pentolino con dell’olio. «Porta sfortuna: niente mandato e permesso». E ridono tutti intorno. Paolo, un recluso di Napoli, dice che «in questo carcere si sta bene rispetto ad altri». Alessandro è d’accordo: «In altre prigioni c’è una vita di sofferenza. Non sanno come dirigere la cosa». Ma Antonio non la pensa così. «Appena parli qui, vieni trasferito: ti mandano in Sicilia o in Calabria nei carceri peggiori ma non m’importa tanto fra tre, quattro mesi esco. Non funziona niente. È pietoso. 5 metri quadri di cella. Uno sopra l’altro: c’è sovraffollamento. Per parlare con il direttore passa molto tempo». Poi, conclude: «Stavo meglio a Velletri». Un altro recluso commenta allontanandosi: «Ha ragione».
Il direttore Stefano Ricca sottolinea: «La situazione della Casa di reclusione che dirigo è certamente aggravata dal sovraffollamento ma rispetto ad altre carceri del Lazio in misura minore». Intanto si aspetta anche lo spettacolo musicale con Ambrogio Sparagna e Raffaello Simeoni. Don Sandro Spriano cappellano del “Nuovo complesso Rebibbia” che ospita 1.750 detenuti circa ricorda: «Vengo proprio da lì. È impossibile accontentarli tutti ma un incontro tra persone come questo è un incontro che arricchisce». E Adelaide che è volontaria in carcere dal 1959 dà la sua testimonianza davanti a tanti reclusi attenti e silenziosi. «Questi anni nelle prigioni hanno arricchito me e la mia famiglia. Ho sette figli e alcuni di essi hanno cominciato ad aiutarmi». Il sole picchia sul campo da calcetto in erba sintetica. Mentre lo superiamo per uscire, un agente della polizia penitenziaria racconta: «Qui molti detenuti riproducono fra di loro il microcosmo che magari vivevano fuori: ci sono estorsioni, prepotenze ed atti di violenza. Non è facile». Rebibbia si richiude alle nostre spalle mentre la festa continua. Almeno per un giorno.
30 maggio 2011