Veglia di preghiera per i missionari martiri

A San Lorenzo fuori le Mura domenica 18 marzo il ricordo dei 26 operatori uccisi nel 2011. Liturgia della Parola presieduta dal vescovo Giuseppe Marciante e testimonianza del seminarista iracheno Laith Mtity di Antonella Gaetani

«Il Vangelo dà una spallata alle ingiustizie economiche e sociali». È questo il motivo per cui la Parola di Dio è ancora, in molte parti del mondo, fermata dalla violenza e difesa a costo del sangue. Nel 2011 sono stati uccisi 26 operatori pastorali: 18 sacerdoti, 4 religiosi e 4 laici. Saranno i loro nomi a essere scanditi durante la veglia di preghiera nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura domenica 18 marzo alle ore 20.45 in occasione della 20esima giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari uccisi. A presiedere la liturgia della Parola il vescovo ausiliare per il settore Est, monsignor Giuseppe Marciante.

Durante la veglia ci sarà la testimonianza di Laith Mtity, seminarista iracheno della chiesa siro-antiochena cattolica. «Sono molte le difficoltà che stiamo vivendo – dice -. In Iraq è a rischio la sicurezza e la possibilità di praticare il rito». La veglia sarà un momento per riflettere su zone di particolare tensione e su quanti «hanno dato la vita per il Vangelo», sottolinea don Michele Caiafa, del Centro diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese. «Le loro vite sono il segno che la Parola di Dio rappresenta un vero tsunami perché segue la logica dell’amore, della giustizia e della libertà e scardina ogni logica legata al potere e al denaro». Di questo, è testimone padre Fausto Tentorio, missionario ucciso nelle Filippine il 17 ottobre, ucciso a sangue freddo. Era nelle Filippine dal 1978 e dal 1980 operava nella diocesi di Kidapawan. Lavorava tra i tribali per l’alfabetizzazione e lo svilupppo degli indigeni lumads.

Il 27 novembre, invece, a perdere la vita è Francesco Bazzani, volontario italiano morto a Kiremba, in Burundi. «I missionari vivono con semplicità il Vangelo, ma ad alcuni è chiesta la prova della fede», sottolinea ancora don Caiafa. Oltre agli italiani hanno perso la vita 3 africani, 15 dell’America Latina, 3 indiani, uno spagnolo, un croato e un polacco. E sono loro in prima fila «per annunciare che Cristo è il liberatore che ci spinge a spostare lo sguardo e a riporre la speranza non negli uomini, ma solo in Dio. Questo vuol dire avere la certezza che Cristo con la sua Croce ci ha riscattati da ogni forma di schiavitù», sottolinea don Caiafa.

E, nel concreto, assumersi il rischio di perdere la vita, anche in modo efferato, per difendere i diritti di tutti, come per Maria Elizabeth Macías Castro, del movimento laico scalabriniano uccisa a Nuevo Laredo, in Messico, il 24 settembre. Sequestrata da un gruppo di narcotrafficanti, il suo corpo è stato trovato sulla strada orrendamente mutilato. Questi nomi raccontano e interrogano sulla forza e sulla difficoltà di dire al Signore «Eccomi».

15 marzo 2012

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