“Viva gli anziani”, quando rompere la solitudine “conviene”

Presentati i dati raccolti dal progetto della Comunità di Sant’Egidio in 10 anni: più di 9mila gli over 75 seguiti, con oltre 240mila telefonate e 28mila visite. Il ministro Lorenzin: Modello da estendere di Christian Giorgio

L’anno in cui tutto è cambiato, per Edda, è stato il 2005. Nel giro di pochi mesi, la madre che stava accudendo morì, e lo sfratto che gravava sul loro appartamento di viale Trastevere diventò esecutivo. Edda, che oggi ha 78 anni, ricorda con tenerezza quelle chiamate che arrivavano dalla Comunità di Sant’Egidio: «Mi hanno aiutato durante la malattia di mamma, telefonavano per sapere come stesse, per darmi dei consigli. Ci sentivamo entrambe meno sole perché qualcuno sapeva della nostra esistenza e si preoccupava per noi». All’epoca, il programma “Viva gli anziani” era al suo secondo anno di vita ma risultava già chiara la grande novità che, con questo strumento, Sant’Egidio introduceva nella lotta all’isolamento sociale della popolazione anziana di Roma.

Dopo 10 anni di attività, più di 240mila telefonate come quella fatta a Edda e alla madre, e quasi 28mila visite domiciliari, “Viva gli anziani” ha seguito più di 9mila over settantacinquenni residenti nei rioni di Testaccio, Esquilino e Trastevere. Grazie a quelle telefonate e alla capacità del programma di creare reti di supporto e di aiuto, Edda ha conosciuto Vincenzina, 84 anni. Lo sfratto non è più stato un problema: «Conviviamo ormai da parecchi anni nella sua casa di Monteverde dove mi ha invitata ad abitare, anche se – scherza Edda – ogni tanto litighiamo perché ha un caratteraccio».

Nel corso dell’incontro di presentazione dei dati raccolti dal progetto, ieri, mercoledì 7 maggio all’Ospedale San Gallicano, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha giudicato l’esperienza di “Viva gli anziani” come «un modello che conviene e che deve essere esteso; una filosofia basata sul principio di sussidiarietà, che mira a rompere la solitudine delle persone». Un isolamento rotto, per il presidente di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, «da una rete di solidarietà che contribuisce a creare una cultura nuova di cui oggi l’Italia ha bisogno per uscire dalla crisi, e che attiva meccanismi di emulazione inaspettati».

Attualmente il programma si occupa di 4mila anziani residenti nei rioni del Centro storico e si propone un allargamento della propria capacità operativa ai rioni di Monti e Borgo/Prati. Gli anziani coinvolti vengono contattati e inseriti in un data base di controllo telefonico gestito da operatori di quartiere e volontari che assicurano i servizi di prossimità e la gestione delle diverse esigenze. «L’isolamento sociale è stato ormai riconosciuto come potente fattore di rischio per la mortalità – ha detto Giuseppe Liotta, ricercatore di Igiene generale all’Università Tor Vergata -, addirittura superiore anche al fumo di tabacco».

Nell’illustrare lo sviluppo del programma nei suoi dieci anni, Liotta ha sottolineato come l’azione abbia pian piano rappresentato «una novità rilevante che arricchisce il panorama delle opzioni assistenziali con un intervento leggero, a basso costo, ma potenzialmente capace di offrire grandi opportunità di risparmio e di riallocazione dei fondi dedicati all’assistenza». In altre parole «un esempio riuscito di quella che possiamo chiamare “transizione assistenziale”, cioè il passaggio a servizi personalizzati e domiciliari che siano in grado di rendere la vita dei più anziani più semplice, più accompagnata e in questo senso migliore». Oltre l’80% degli anziani coinvolti viene visitato almeno una volta a casa. Le visite domiciliari hanno lo scopo di valutare la situazione abitativa e le possibili necessità di assistenza; stabiliscono, comunque, sempre un legame forte tra l’operatore e l’anziano, creando così anche rapporti di amicizia.

Per l’assessore al Sostegno sociale e alla sussidiarietà di Roma Capitale Rita Cutini, il progetto «è un’idea vincente» attraverso la quale «è possibile individuare e attuare un modello di protezione sociale per la popolazione anziana, nell’era della longevità, che può cambiare il volto delle nostre città e dei nostri quartieri», favorendo un «grande cambiamento culturale, civile, sociale e umano nel modo con cui si affrontano i problemi della terza età e del rapporto tra le generazioni».

8 maggio 2014

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