«La “cristoterapia” di don Andrea»
Il diacono Carrozzo ricorda l’esperienza del centro per giovani avviato ai Santi Fabiano e Venanzio con don Santoro di Graziella Melina
Don Andrea Santoro l’ha conosciuto nel ’95. Nella parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio, a Villa Fiorelli, don Andrea si era trasferito già da un anno, e Valter Carrozzo, che allora frequentava la chiesa dell’Immacolata, volendo diventare diacono permanente, si era presentato a lui “da perfetto sconosciuto”. «La sua stima e la sua accoglienza – racconta Carrozzo – all’inizio è stata del tutto gratuita. Poi me la sono guadagnata». Da allora iniziò fra i due un legame e una collaborazione che ora Carrozzo ricorda con gratitudine e pure con gioia. Proprio al diacono, infatti, don Andrea ha lasciato la custodia spirituale del centro Arcobaleno, dove alcuni volontari dell’associazione Nuovi Orizzonti curano l’accoglienza di molti ragazzi di strada.
«Dopo un paio d’anni dal suo arrivo in questa parrocchia – racconta Valter Carrozzo – don Andrea ha ricevuto una donazione da parte di una signora anziana, per un’azione caritativa. La carità lui ce l’aveva come pilastro della sua vita». Il centro Olga Maria avrebbe dovuto accogliere ragazze madri. Ma poi don Andrea incontrò Chiara Amirante, la fondatrice di Nuovi Orizzonti. «Si era innamorato del carisma di questa associazione: la discesa agli Inferi», spiega Carrozzo. E proprio nella cappellina c’è un’icona, in stile orientale, di Gesù che scende agli Inferi e spezza le catene dell’umanità.
«Don Andrea ha deciso di ristrutturare questi locali, che erano in stato di abbandono e di creare un centro di accoglienza – prosegue -. Il suo obiettivo era quello di riuscire a far gustare la parrocchia ai ragazzi di strada e nello stesso tempo togliere un po’ di perbenismo al cristiano medio. A Villa Fiorelli, di fronte alla parrocchia – afferma ancora – c’era un giardino piuttosto degradato. C’erano riunioni di balordi a tutte le ore. Ma averli “in casa” terrorizzava molti. E così, con non poche sofferenze, abbiamo sponsorizzato questa idea all’interno del Consiglio pastorale. Il saloncino dove si riuniscono i ragazzi del centro è proprio sotto l’altare. Don Andrea aveva studiato ogni dettaglio».
E Carrozzo, insieme alla moglie, lo seguiva in questo progetto. «Ero il braccio di don Santoro – racconta -. Cercavo di realizzare le cose secondo i suoi gusti. Volevamo ricreare in questi locali un ambiente di famiglia». Nel centro di accoglienza, spiega, «si pratica la “cristoterapia” per questa gente che viene dall’assoluta violenza, dalla legge della strada. Lui l’aveva immaginato come un posto dove potessero essere accolti e gustare la gratuità dell’abbraccio del Padre. Doveva essere un centro di prima accoglienza e ancora conserva questo carisma».
«Quando abbiamo cominciato questa attività – prosegue -, abbiamo fatto missione di strada secondo una metodologia pensata e studiata prima. Organizzavamo un incontro di preghiera in cappellina. Ci si vedeva alle 10. E poi si partiva per fare l’evangelizzazione di strada. Si andava normalmente in coppie, e io ero insieme con don Andrea». Tante le storie vissute insieme, in giro, di notte. E tanti pure gli aneddoti che Carrozzo ricorda sorridendo. «Una volta eravamo alla stazione Termini – dice -, lui con cappello di lana, sciarpa e borsa, dove c’era la “famosa” Bibbia. Quella che portava sempre dappertutto. Ci avvicinammo a un gruppo di extracomunitari e uno di loro, in particolare, si mise a parlare con noi. Era il più lucido. Nel congedarci, ci strinse la mano, ma a don Andrea da lontano lo salutò con un “Ciao don”! Dopo venti passi don Andrea mi chiese: “Da dove l’ha visto che sono un prete”? Aveva scoperti solo gli occhi. Il cappellino di lana gli copriva tutta la fronte. Gli risposi: “Guarda che tu ce l’hai nel dna!”».
Sorride ancora Carrozzo, ripensandoci. Ma poi spiega meglio: «Don Andrea ha tirato su “gruppi famiglia”, “gruppi di fidanzati”. Dava ordini perentori ai quali tu non potevi dire di no. Era prete “cromosomaticamente”, ed era disponibile 24 ore su 24. Ho capito da lui che cosa fosse la carità, come farla senza offendere il prossimo, come si deve entrare nel cuore della gente in punta di piedi». Unico neo, ricorda poi ironico: «Era pseudolaziale. Ma solo perché era nato a Priverno!». Poi si fa serio: «Si alzava pensando a Dio e andava a letto pensando a Dio. Don Andrea era uguale nel pubblico come nel privato. Era prete e non sapeva fare altro».
24 gennaio 2007