«Una porta verso l’Infinito», arte e fede in dialogo

Al secondo appuntamento della serie di incontri promossi dall’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato il confronto sul rapporto Chiesa-artisti a partire dall’opera del Beato Angelico di Michela Altoviti

L’arte che riesce a parlare ai cuori di chi la ammira, è fatta di domande che restano sulla soglia del mistero: questo potrebbe dirsi il nucleo dell’incontro sul dialogo tra fede e arti figurative che si è tenuto presso la basilica di Santa Maria in Montesanto sabato 18 febbraio. Una location e una data non casuali per l’appuntamento inserito nel progetto “Una porta verso l’Infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte”, promosso dall’Ufficio Comunicazioni sociali del Vicariato di Roma: la chiesa degli artisti, il giorno della memoria liturgica del Beato Angelico, loro patrono.

E proprio da un’analisi dell’opera del frate domenicano ha preso le mosse il dibattito moderato dalla giornalista Safiria Leccese e arricchito dagli interventi di monsignor Timothy Verdon, direttore dell’Ufficio Arte sacra e beni culturali dell’arcidiocesi di Firenze, Francesco Buranelli, segretario della Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa, Gregorio Botta, vice direttore di Repubblica nonchè artista e Gustavo Aceves, pittore.

Monsignor Timothy Verdon ha aperto il confronto evidenziando una delle condizioni che l’Angelico riteneva imprescindibile per un artista: «l’essere sempre con Cristo», ossia il vivere secondo il suo insegnamento con una dedizione speciale alla liturgia e all’Eucarestia. «Questo, tuttavia, – ha spiegato – non impedì, a lui che fu esclusivamente un artista del sacro, un contemplativo, di aprirsi alle innovazioni tecniche, a tutte le possibilità che l’arte offriva». Di contro, e insieme complementare a questo primo stimolo offerto alla riflessione, l’esperienza di Aceves, agnostico, che con assoluta semplicità ha affermato: «La mia opera, però, è credente» in linea con la convizione di Botta, ateo, secondo cui l’essere artisti è porsi in cammino alla ricerca di una Verità più grande. Il vice direttore di Repubblica ha anche aggiunto: «Noi artisti ci troviamo sulla soglia di un indicibile che però mettiamo al mondo», il riconoscimento del mistero e della grazia che stanno nella scintilla dalla quale ha origine un’opera d’arte.

Di questa intuizione generativa ha parlato Buranelli riferendosi al ruolo del committente, «una mente illuminata – ha detto – che sapeva riconoscere l’illuminazione dell’artista e stabilire con lui una speciale affinità», la stessa che Verdon riconosce nel «rapporto a doppio senso che la Chiesa intratteneva con l’artista, decidendo di formarlo e seguirlo, dopo averne riconosciuto la genialità». Entrambi i relatori auspicano un ritorno a tale condizione di mecenatismo. Buranelli in particolare ha citato a tal proposito la lettera agli artisti che papa Paolo VI scrisse nel 1964 e «nella quale – ha detto – vi è quel passo di umiltà nel riconoscere che la Chiesa ha bisogno di loro per rendere visibile il suo messaggio, e gli artisti hanno bisogno dei contenuti della Sacra Scrittura per fondare la loro opera». Da qui il desiderio di Buranelli che «la teologia esca dalle aule dei seminari e della università e la Chiesa si sforzi di parlare il linguaggio del nostro tempo».

Pronta la precisazione di Verdon: «Tra sacerdote e artista non può esserci equivalenza: l’opera può e deve parlare un suo linguaggio», non deve cioè essere né didascalica né figurativa «perché la spiegazione e la narrazione dei fatti competono a me, uomo di Chiesa». Lo specifico dell’artista deve rimanere tale: «Una scintilla capace di pungere il cuore», ossia di toccare la sensibilità di chi osserva, aprendo quella porta sull’abisso sconosciuto «di quel Bene più grande che è Dio».

20 febbraio 2012

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