Accogliere i rifugiati, questione di giustizia

Convegno del Centro Astalli alla Gregoriana. Le parole di Enrico Letta in difesa di Mare nostrum. Colmegna (Casa della Carità di Milano): Più sicuri se si smette di avere paura di R. S.

«L’Italia e l’Unione Europea non sono un’isola in mezzo a un mare che è irraggiungibile». Intervenendo al convegno promosso dal Centro Astalli alla Gregoriana in vista della Giornata mondiale del rifugiato che si celebra oggi, 20 giugno, l’onorevole Enrico Letta ha speso parole decise in difesa di quell’idea di accoglienza che dalle colonne del Corriere della Sera Ernesto Galli Della Loggia ha definito «non sostenibile» e che invece «ha permesso di salvare innumerevoli vite umane», concretizzatasi nell’operazione Mare nostrum. «Mai – ha detto – avrei immaginato di dover difendere quello che abbiamo fatto, un segno che ha dato ancora una volta un’immagine positiva dell’Italia in Europa e nel mondo».

“Chi chiede asilo lo chiede a te. La vera sicurezza è l’ospitalità”: questo il tema del dibattito, che ha visto come protagonisti insieme all’ex premier il presidente del Centro Astalli padre Giovanni La Manna e monsignor Virginio Colmegna, presidente Casa della Carità di Milano voluta dal cardinale Carlo Maria Martini. È partito dai numeri, Letta, per ricordare che «il nostro è il Paese europeo che accoglie il minor numero di richiedenti asilo. E viene accusato di eccessiva accoglienza. Se non abbiamo frontiere in Europa per far transitare i giocatori di calcio, la frontiera ritorna dentro di noi quando diventa un muro invalicabile. Così l’Europa torna a essere quella fortezza inespugnabile che non è mai stata culturalmente. Basta con le reazioni emotive: l’Europa che siamo è grande e forte perché è unione di tante minoranze», ha rilevato.

A moderare il dibattito, Paolo Ruffini, direttore di Tv2000, che ha evidenziato il ruolo della «civiltà delle immagini» nell’alimentare la paura del diverso. «Viviamo in una società sempre più impaurita – ha evidenziato -. Non capiamo se quello che accade è la storia che si fa, l’inizio della fine oppure uno dei tanti passaggi della storia del mondo. Allora proviamo a rifugiarci in un altrove che non c’è mai stato». E riduciamo sempre di più il perimetro del “noi”, dividendolo dagli “altri”. Ma «alimentare la paura del diverso – ha continuato – significa alimentare la paura di noi stessi nella formazione della propria identità. Certamente la difesa dell’identità non passa mai per la negazione di quella degli altri».

Per padre La Manna, «se ancora dobbiamo giustificare che l’accoglienza è doverosa, è perché siamo poveri culturalmente. In un contesto civile, l’accoglienza è scontata. Non accogliamo perché siamo buoni o perché ce lo dice il Papa: è una questione di giustizia. Alcuni italiani confondono l’accoglienza con il buonismo: siamo in ritardo nella formazione di uomini e donne liberi e onesti, capaci di impegnarsi per il bene comune». I richiedenti asilo , ha proseguito il religioso, sono «eroi che meritano tutto il nostro rispetto». Rappresentano un fenomeno «inarrestabile», davanti al quale l’Unione Europea non può rimanere paralizzata. «Cosa potrebbe essere se l’Europa stabilisse canali umanitari sicuri per i siriani o per quanti in Libia sono in attesa di imbarcarsi? Sarebbe l’unico modo per sottrarre queste persone ai trafficanti. Un siriano non ha alternative. Potrebbe andare all’ambasciata? Proviamo ad ascoltare chi lo ha fatto richiedendo un documento».

Non basta, per il presidente del Centro Astalli, neanche Mare nostrum, che «salva le vite umane ma non tutte: rimane un mezzo passo. Dice la mancanza di coraggio che abbiamo avuto nel sottrarre le persone che scappano dalla guerra alle mani dei trafficanti». L’invito rivolto anzitutto all’Unione europea allora è a «reagire con dignità e giustizia: l’indifferenza con cui affrontiamo la morte di queste persone è preoccupante». All’Italia, l’esortazione a prendere coscienza di essere un «luogo di transito» e a modulare quindi in questo l’accoglienza. Un po’ come avviene per le merci o altri beni. «Che senso ha bloccare qui un ragazzo che ha parenti e amici in altri Paesi europei?». Ancora, il gesuita ha auspicato un’accoglienza «progettuale, mai più emergenziale», con percorsi alternativi, come ad esempio i permessi temporanei per quanti non hanno diritto all’asilo politico. « Questo vuol dire restituire dignità alle persone. Quindi l’Italia ha molto da fare; abbiamo la speranza che tutto questo possa realizzarsi a livello dell’Unione Europea.

Partita dall’esperienza con la Casa della Carità di Milano la testimonianza di monsignor Colmegna. «Considerare gli immigrati come poveri da aiutare – ha osservato – ha annullato la soggettività di queste persone. Non è un bisogno solo assistenziale, ma di una umanità nuova. Ci rendiamo conto delle debolezze, chiusure e paure legislative, perché si ha paura del salto culturale. della capacità di dialogare e di custodire i sentimenti, talvolta anche dell’indignazione. Milano e l’Italia diventano più sicuri se smettono di avere paura e inventano spazi di umanità e capacità riflessiva». E ha raccontato il bagaglio di sofferenza psichica e il bisogno di cura con cui arrivano alla Casa della Carità i migranti accolti, arrivati, lo scorso anno, da 91 Paesi. «Occorre lasciarsi interrogare dalle storie di vita sentite – ha dichiarato -: cambiano la nostra umanità».

20 giugno 2014

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