Al Quirino torna «Fedra», tragedia cupa e vibrante

L’amore ossessivo, la colpa, la pena: un riflesso della crudeltà del tempo di Seneca, esperto di passioni umane e di follia di Toni Colotta

Perché mai Seneca, precettore e consigliere di Nerone (che lo costrinse a darsi la morte), filosofo e maestro di virtù morali, scrisse tragedie nelle quali la tensione dei sentimenti tocca punte di crudeltà quasi disumana? La domanda si ripropone ora che al Quirino è in scena la sua «Fedra», con la regia di Lorenzo Salveti e un’attrice protagonista, Ida Di Benedetto (nella foto), particolarmente tagliata per la scrittura scenica di questo grande spirito. E la risposta che ci sentiamo di sottoscrivere è quella che lega proprio il suo ruolo di intellettuale dell’Impero alla situazione di Roma e ai problemi del potere. Le tragedie insomma sono il riflesso della crudeltà del suo tempo. Da stoico Seneca aveva confidenza con le passioni umane e da scienziato studiava la follia. In Fedra l’amore è ossessione. Ama smodatamente Ippolito, figlio di primo letto del marito Teseo; respinta dal giovane, fa che lo accusino di averla violentata, e il consorte scatena sull’incolpevole Ippolito la più atroce delle pene, e in Fedra la furia suicida. Rimorso, autopunizione? Comunque una catastrofe, sbocco necessario di una tragedia cupa, diretta, vibrante d’azione.

9 ottobre 2005

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