Al Teatro Vascello in scena «Steve Jobs»

Tratto dal romanzo di Mike Daisey, «Il tormento e l’estasi di Steve Jobs», sarà in scena fino al 9 febbraio. Protagonista della pièce, con la regia di Giampiero Solari, il carisma eclettico di Fulvio Falzarano di R. S.

Un morso alla mela più famosa del mondo, non quella di Biancaneve ma quella del genio dei computer che ha rivoluzionato l’industria tecnologica degli ultimi anni: Steve Jobs. Un morso per comprendere le varie sfaccettature di questa figura che, tra luci ed ombre, si è ammantata dell’aura propria del Guru influenzando moda, costumi e produzione industriale. A scandagliare il personaggio Jobs, strappando con i denti della recitazione la polpa del frutto proibito, sarà Fulvio Falzarano calcando il palcoscenico del Teatro Vascello dove sarà in scena, con «Il tormento e l’estasi di Steve Jobs», fino al 9 febbraio.

Il testo, tratto da quello originale di Mike Daisey, coraggioso drammaturgo americano, è dinamico e acutamente critico. Un tipo di teatro che si fa strumento di discussione viva e che ha suscitato notevoli reazioni polemiche: la Apple ha dovuto fare delle precisazioni, ma anche Daisey si è visto costretto a dare conto di alcune sue “interpretazioni artistiche” non proprio rispondenti al vero, tanto che il suo testo continua ad essere aggiornato e dettagliato. Grazie alla traduzione e all’adattamento di Enrico Luttmann e alla sensibilità di un regista attento al contemporaneo come Giampiero Solari, rimasto affascinato dal progetto Il tormento e l’estasi di Steve Jobs esordisce in Italia, prodotto dal Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

«Steve è stato bravissimo – scrive Daisey –, ci ha costretto ad aver bisogno di cose che non sospettavamo nemmeno di volere». Dietro il successo però c’è altro. L’assemblaggio dei nostri preziosi computer avviene a Shenzen, in fabbriche dove non esistono tutela né diritti degli operai, dove piccole mani di dodicenni puliscono i vetri degli iPhone con una sostanza tossica che li condannerà a un invalidante tremore. Fabbriche dove in nome del profitto 430.000 operai sono trattati da “ingranaggio umano” e dove il problema dei suicidi dei lavoratori si è affrontato installando reti sotto i capannoni. La Apple può ignorarlo? Daisey denuncia, non condanna: augurandosi forse che la consapevolezza collettiva faccia sì che quella mela che illumina i nostri oggetti più amati, possa un giorno non nascondere alcun marciume.

6 febbraio 2014

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