All’Argentina «Un tram che si chiama desiderio»

In scena l’opera di Tennessee Williams. La regia è firmata da Antonio Latella: «I personaggi di questo lavoro sono memorabili, enormi ed universali; sembrano eroi delle tragedie greche» di Toni Colotta

Basta il titolo, «Un tram che si chiama desiderio», e chiunque abbia esperienza di cinema va con la mente a un film celebre del 1951 di Elia Kazan. Ricavato da un dramma teatrale di Tennessee Williams che ora arriva a Roma all’Argentina in una ennesima messinscena allestita da Emilia Romagna Teatro con la regia di Antonio Latella. Lo spettacolo debutta il 28 febbraio sul palcoscenico del Teatro di Roma per restarvi fino all’11 marzo. Ma nelle intenzioni della regia il dramma non si modella sulla trasposizione cinematografica sublimata da Vivien Leigh e Marlon Brando in veste di protagonisti come Blanche e Kowansky. Anzi, se ne prendono le distanze in rapporto alla mutata sensibilità del pubblico rispetto al lontano ’51, quando la pellicola trionfò di là e di qua dall’Oceano.

Chi è Blanche Dubois nel dopoguerra nordamericano? Una disadattata, diremmo oggi, fragile fiore di fanciulla che la vita ha strappato dalle raffinatezze del Sud, dopo la rovina economica, un matrimonio fallito e la deriva dell’alcol, per sbatacchiarla a New Orleans in una situazione dove la brutalità fisica e amorale del rozzo cognato la spinge, irretendola, verso l’alienazione. Invano soccorsa da un corteggiatore “pulito” che si eclissa. Williams cala tutto questo in un realismo attraversato da simbologie sul mistero dell’uomo che Kazan prima, nel 1947, in teatro e poi, nel film, fa vibrare di vita vera. E che da noi Luchino Visconti, con la sua regia scenica, accentuò magistralmente pochi anni dopo.

Nello stesso giro d’anni un altro drammaturgo statunitense emerse nei teatri Usa, Arthur Miller, scrittore di vaglia anche se, suo malgrado, gli diede più fama il matrimonio con la Monroe. A Williams rimproverava un che di astratto, di avulso dal contesto storico in cui vivevano i suoi personaggi. Visto quanto poco oggi si rappresenta Miller dopo i successi del secondo Novecento, dovremmo dire che il tempo ha lavorato per Williams. E Latella, a margine di questa sua regia per «A streetcar named Desire», annota: «Tennessee Williams, svuotando i suoi testi da un contesto storico, ha reso i personaggi memorabili, enormi ed universali; sembrano a tratti eroi ed eroine delle grandi tragedie greche, dove l’eroe questa volta accetta la decadenza del vivere quotidiano senza sfidare gli dei, ma lottando con le proprie ossessioni, proprio come fa Blanche, la protagonista del nostro testo, troppo ammalata di vita per riuscire a vivere. In lei tutto sembra menzogna, finzione, artificio ma quella maschera tragica è troppo dolorosa per non sgretolarsi e scoprire che l’urlo non è un buco in un volto di argilla ma è uno squarcio dell’anima impossibile da sopportare». Protagonisti nelle parti principali Laura Marinoni e Vinicio Marchioni. Per i contenuti e i sensi riposti lo spettacolo richiede maturità di giudizio.

27 febbraio 2012

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