Assunzione di Maria
Una chiesa nata negli anni ’50 e mai portata a termine e una comunità che investe tutto sulla scelta della formazione di Giulia Rocchi
Il giardino costeggia viale Spartaco, a pochi passi da via Tuscolana, tra Porta Furba e Cinecittà. C’è un cancello bianco e una rampa che scende sotto il livello stradale. Porta alla chiesa dell’Assunzione di Maria. In effetti, la struttura avrebbe dovuto essere soltanto la cripta di una grande basilica. Ma poi «sono venuti a mancare i finanziamenti, così si è dovuto ripiegare su quello che già c’era. La chiesa di oggi, in pratica, è il corpo centrale della cripta». A raccontare la storia dell’Assunzione è il parroco, don Italo Colombini, della congregazione di San Giovanni Battista Precursore, che si occupa di questa comunità dal 1992. Occhi azzurri, occhiali cerchiati d’oro, don Italo è soddisfatto della sua chiesa. La struttura è grande. Ci sono dei campetti sportivi. Ma soprattutto, quel che più conta, c’è tanta gente che frequenta la parrocchia e si impegna attivamente.
All’Assunzione infatti fanno riferimento circa 15mila abitanti. Ogni anno, per Pasqua, vengono visitate 2mila famiglie. Molte sono composte da persone anziane che, spiega il sacerdote, negli anni Cinquanta ottennero le case dagli enti. Adesso in tanti vendono gli appartamenti. Ad acquistarli sono giovani famiglie, anche con bambini. Di immigrati non ce ne sono molti, a causa dei prezzi – piuttosto elevati – delle case della zona. Solo due comunità di cinesi e sudamericani, che abitano nella parte chiamata “Quadraretto”, tra il retro della chiesa e via Tuscolana. «I cinesi non cercano il rapporto con noi – dice il parroco – . Alcuni ragazzi venivano ogni tanto qui al campetto dell’oratorio, ma ultimamente non più. I latinoamericani, invece, si stanno inserendo molto bene nella vita parrocchiale». I fedeli sono seguiti da tre sacerdoti della congregazione, da due collaboratori e da due diocesani.
Si può contare, inoltre, sull’appoggio di tanti volontari. Come Angela Gentili, catechista da dieci anni e coordinatrice della catechesi della prima comunione. «Lavorare con i bambini è un’esperienza bellissima – commenta –. Noi catechiste rimaniamo spesso stupite dalle loro intuizioni, dalla loro sensibilità». Per rendere il corso di preparazione al sacramento più attraente, i piccoli vengono portati in giro a visitare famose chiese di Roma. Ultima meta, il 16 maggio, la basilica di San Giovanni in Laterano. Ad accompagnarli, oltre al parroco e alle catechiste, anche parecchi genitori. «Cerchiamo di coinvolgere le famiglie nel cammino dei figli – spiega Angela – ma non sempre è facile. Alcuni considerano la tappa della prima comunione un po’ come … le malattie esantematiche!». Una sorta di scalino obbligatorio che i bambini sono costretti a salire lungo la scala della vita. Quest’anno, in 53 si sono iscritti al primo anno di preparazione al sacramento dell’Eucaristia. Quelli che hanno appena fatto la prima comunione, invece, sono 63. Cifre leggermente in calo, rispetto a qualche tempo fa. «Succede perché cerchiamo di limitare le iscrizioni di bambini di altre parrocchie – precisa ancora la catechista – . Ci siamo resi conto che non riescono a venire a Messa qui da noi. Ed è un limite alla loro preparazione».
Anche ai corsi prematrimoniali vorrebbero partecipare coppie di altre zone della Capitale. Pure in questo caso, però, in parrocchia sono costretti a dire di no a tanti. È una questione di spazio, le sale sono occupate. E anche di qualità del corso: non si riuscirebbe a far esprimere al meglio troppi giovani. Quindi 20, 22 persone al massimo per ognuno dei tre corsi annuali. Ma perché le richieste di iscrizione sono così numerose? I corsi per i fidanzati, all’Assunzione, sono un po’ particolari. Sono più lunghi di quello che accade di solito: durano venti incontri. Prevedono una penitenziale intermedia e un ritiro spirituale finale. Ma anche cene tutti insieme e momenti di aggregazione. Durante le riunioni, le coppie vengono stimolate con schede di lavoro o spezzoni di film sulla vita matrimoniale, a cui seguono dei dibattiti in cui ciascuno è chiamato a dire la sua. «Da alcuni anni abbiamo rotto con l’impostazione tradizionale dei corsi per fidanzati – spiega Fabio Panci, che segue le coppie insieme con la moglie Tiziana – . Ci basiamo molto sull’esperienza di coniugi sposati da anni, e cerchiamo di mettere in luce le aspettative dei giovani iscritti. L’obiettivo è far notare le differenze tra un matrimonio naturale, basato comunque sull’amore, e quello cristiano. Che deve avere una marcia in più».
Oltre alle attività di catechesi ordinaria, don Italo ci tiene a ricordare i gruppi legati ai movimenti. Ci sono il Midaf, l’Agesci, i Carismatici, la Caritas. Sugli scout si sofferma più a lungo. «Stanno andando molto bene – commenta soddisfatto – grazie all’impegno di don Osmar, il viceparroco. Ha fatto con loro un grosso cammino, insistendo soprattutto sulla catechesi dei più grandi e dei capi». Si punta molto sulla formazione, nella parrocchia del Tuscolano. Perché, sostiene don Italo, «è quella che qualifica il cristiano, in special modo in una società relativista come quella in cui viviamo».
19 maggio 2006