Banca Prossima denuncia: a rischio il non profit

Allarme per gli enti pubblici che pagano con ritardo. Questo potrebbe far crollare le imprese sociali. Per uscire dalla crisi bisogna evitare gli sprechi, ma occorre fare attenzione ai tagli di Graziella Melina

«Il modello di cooperazione sociale è solido», ma i grossi ritardi nei pagamenti degli enti pubblici, spiega Giovanni Vespa, referente territoriale del Lazio di Banca Prossima – la controllata del Gruppo Intesa Sanpaolo – mettono a dura prova le imprese sociali e costringono le banche a rifiutare le richieste di credito. Con conseguente rischio di collasso per il non profit.

Secondo uno studio della Cgia di Mestre in un anno le sofferenze bancarie delle imprese italiane sono aumentate di oltre 21 miliardi di euro (+40,2%). La situazione più grave si è registrata nel Lazio, con +70%. Come se la stanno cavando le imprese non profit?
Al momento, come Banca Prossima, non stiamo passando un momento di sofferenza: su circa 14mila clienti in tutta Italia e 800milioni di credito accordato, le sofferenze sono pari allo 0,5.

Lo esclude anche per il futuro?
È ancora prematuro poterlo dire. In questo momento il dato statistico non lo evidenzia, posso ipotizzare che da qui a 7-8 mesi la percentuale si possa far sentire.

Quali sono le problematiche più pressanti per il non profit oggi?
Gli organismi stanno risentendo di due aspetti. Innanzitutto, va sottolineato che il cosiddetto nomenclatore, ossia il listino prezzi dei vari dipartimenti nel welfare, è fermo da un bel po’ di anni. In sostanza, i prezzi delle prestazioni che le imprese sociali erogano al welfare locale non risentono degli aggiornamenti dei contratti degli operatori del settore. Il secondo elemento è che le aziende si trovano in difficoltà perché Comune, Provincia e Regione non stanno rispettando il periodo di riferimento dei 180 giorni, in cui mediamente le banche anticipano i crediti vantati o a fronte di fatture o di convenzione o di contratti stipulati. A Roma, per esempio, la Regione Lazio è in ritardo ben oltre i 180 giorni.

In effetti, il segretario della Cisl Lazio Francesco Simeoni osservava che tutti i pagamenti sono stati bloccati con decorrenza 15 settembre. Sarà un grosso problema anche le imprese sociali?
Certamente. In tutti gli ospedali romani esternalizzano a cooperative o a imprese sociali varie attività: utilizzano per esempio infermieri esterni, oppure operatori tecnici dell’assistenza. E a queste persone lo stipendio deve essere pagato.

Ma se la cooperativa non riceve i soldi dalla Regione, chi li paga questi lavoratori?
Come Banca Prossima mediamente intervengo col progetto “salva stipendi”, perché cerco di mantenere un certo tipo di sostenibilità.

Da un’indagine fatta dalla Cna di Roma in collaborazione con il Centro europa ricerche è venuto fuori che ben il 37% delle piccole e medie imprese dichiara di non aver accesso al credito. Qual è la situazione nel non profit?
Essendo il nostro un istituto di credito di settore, difficoltà non ne abbiamo. Banca Prossima non distribuisce utili, ma li fa confluire nel fondo di solidarietà e di sviluppo. Questo serve a far credito a quei soggetti che nelle fasi di accesso evidenziano delle debolezze. È chiaro che in taluni casi diciamo anche di no per evitare che un domani si corra il rischio di far saltare l’impresa.

Considerata la mancanza di liquidità, quanto è difficile oggi fare impresa sociale?
È molto difficile, è una grande scommessa e una sfida trovare delle persone che hanno il coraggio di mettersi in gioco. Eppure, nonostante la crisi, il non profit in questo momento cresce. Purtroppo temiamo che prima o poi non saremo in grado di sostenerlo.

Secondo lei l’impresa sociale potrebbe essere una leva per superare questo momento, ma è la stessa crisi che glielo impedisce?
Il modello di cooperazione sociale è solido, però deve trovare la capacità nella crisi di tutelare l’occupazione, e contemporaneamente svilupparsi verso tutte quelle realtà che di fatto ne hanno bisogno. E chi ne ha più necessità è il sociale. Allora dobbiamo riuscire a capire quanto il pubblico sociale è in grado di sostenere certi tipi di impegni in termini di investimenti, perché in forza di quello le imprese sociali si possono sviluppare.

Come se ne esce?
Dalla crisi se ne esce ricorrendo a meno sprechi, ma questo non deve tradursi in un taglio che colpisce le disabilità, le famiglie meno abbienti, gli anziani. Oggi un’indennità di accompagnamento di un disabile è di 480 euro, e molte famiglie si stanno creando il problema dei figli disabili che sopravvivono ai genitori anziani.

Siamo in una situazione a rischio?
Se lo Stato taglia, e se i Comuni non hanno più soldi, questa gente come sopravvive?

Insomma, stante questa situazione, la vostra banca può fare bene poco.
Potrei inventare un progetto per pagare gli stipendi delle imprese sociali per altri 12 mesi, ma se ho la certezza che al 99 per cento questi soldi non rientrano, andrei a fare ulteriori danni.

21 ottobre 2011

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