Bosnia, la speranza tra le macerie
Il racconto, a vent’anni dalla guerra, del viaggio vissuto dalla delegazione del Settore educazione alla pace della Caritas diocesana. Per scoprire che «laddove si superano le ideologie, ogni convivenza è possibile» di Lorena Leonardi
«Non voglio dimenticare gli “angoli d’autunno” di Sarajevo. Nella città ci sono alcuni parchi che profumano di pioggia. E, persino nelle strade minate, le foglie sugli alberi hanno delle sfumature incredibili». Valentina Polito ha 29 anni e insegna storia e filosofia. È tornata da poco dalla Bosnia dove, assieme al Settore educazione alla pace e alla mondialità (SEPM) della Caritas diocesana, ha partecipato al progetto “Bosnia: oltre la guerra”, un’esperienza di solidarietà internazionale inserita in un percorso di formazione. Con la Caritas è già stata a L’Aquila, per il terremoto. Ma la guerra ha un altro sapore. «È una ferita – racconta – che permea ogni sguardo che si incontra. Il dolore, però, è invisibile, la vita continua e le persone semrbano oltre la loro esperienza di guerra».
Una di quelle guerre che nei programmi scolastici «non si arriva mai a studiare, anche se la voglia di conoscere una storia difficile c’è», spiega Valerio Munafò, 23 anni, studente di Scienze politiche per la cooperazione allo sviluppo a Roma Tre. «A Srebrenica, dove c’è stato il massacro di oltre 8mila persone, ho percepito nettamente la sensazione di quanto l’uomo possa far male», aggiunge Valerio, che con la Caritas è stato in Mozambico per sei mesi come volontario. Ma della Bosnia non dimenticherà mai la storia di un nomade: «Lì i nomadi sono una minoranza e con la guerra non c’entravano niente. Abbiamo incontrato un ragazzo che a quel tempo aveva solo otto anni. Sotto i suoi occhi hanno stuprato la sorella, in dieci uomini. Di lui non sapevano che farsene, né intendevano sprecare un proiettile per un bambino così piccolo. Con un coltellaccio lo hanno ferito dietro al collo, e gettato in una fossa comune assieme alla sua famiglia». Giacendo sui cadaveri dei suoi genitori, si è finto morto, prima di rifugiarsi in un villaggio vicino e trovare accoglienza presso due croati. Per poi incontrare, un giorno in un bar, quegli stessi uomini che credevano di averlo ucciso». Scampando ancora una volta, grazie all’intervento dei due croati che si trovavano con lui, alla nuova sentenza di morte che la guerra aveva decretato per lui.
Sono passati vent’anni, dallo scoppio del conflitto, ma non si direbbe. Dobbiamo «superare l’idea che la guerra esiste solo quando se ne parla» spiega Oliviero Bettinelli, responsabile per il Settore, che riassume il senso del viaggio appena concluso nella «condivisione della transizione dalla guerra, che ancora non è finita. Abbiamo visitato parrocchie, associazioni, in segno di vicinanza con la comunità. Fatto cose semplici, come andare a trovare persone povere, vivere momenti di preghiera, incontrare avvocati che si occupano di crimini di guerra e della ricostruzione della giustizia». Nell’edificazione di un processo di pace, la «difficoltà più grande – prosegue Bettinelli – è data dalle forti pressioni internazionali ingestibili su un territorio così piccolo». Dove le persone «vivono nella consapevolezza di dipendere dagli interessi altrui», pagano la «frammentarietà delle identità» e una «terribile povertà, specie nelle campagne. Inoltre manca il lavoro, e le città si svuotano».
Ma la speranza non abbandona i palazzi martoriati dalle bombe. La multiculturalità di Sarajevo, ad esempio, «al di là dell’onda lunga dei problemi», dimostra per Bettinelli che «laddove vengono superati gli approcci ideologici, la convivenza è possibile. C’è voglia di futuro. Di semplicità. Consapevolezza che nella dimensione quotidianità le relazioni si possono ricostruire. Desiderio di pace e giustizia». E, quasi in reazione a un gioco più grande e cattivo, «le risposte della gente sono tangibili nei matrimoni misti, nel volontariato rivolto a qualsiasi religione o etnia. La città di Sarajevo è divisa in tre parti, serba, croata e musulmana: ma tutti vanno al mercato a fare la spesa, e prendono gli stessi bus per tornare a casa».
26 novembre 2012