Cinema, serve la riforma delle commissioni
Una legge nuova per una società più onesta: servirebbe una rappresentanza maggiore dei genitori negli organismi di revisione dei film, che danno il nulla osta per la visione nelle sale di Elisa Manna
In questi giorni è tornato d’attualità il tema delle Commissioni per la revisione cinematografica, quelle Commissioni che fanno capo al Ministero per i beni e le Attività culturali, che danno il nulla osta alle opere cinematografiche prima che escano in sala, che danno, laddove ravvedano elementi di criticità, il divieto ad anni 14 o il divieto ad anni 18.
Se ne parla in Italia, sempre a ridosso di un film che fa scalpore per qualche motivo (troppo spinto o troppo violento), per qualche giorno si riformano, come in una scacchiera, gli opposti schieramenti (i libertari ad oltranza e i rigoristi), si incrociano metaforicamente le spade e poi tutto torna come prima. Come se fosse una cosa che riguarda gli addetti ai lavori, gli opinionisti e poco più.
In realtà, e lo abbiamo imparato negli ultimi tempi, spesso le questioni tecniche celano cose che riguardano tutti noi, molto più da vicino di quanto le astruserie del linguaggio tecnico farebbero supporre.
Secondo l’ultimo decreto legislativo del luglio scorso che ha cercato di “mettere una toppa” al rischio d’infrazione da parte dell’Unione Europea messo in moto dal decreto del precedente governo (che sdoganava “qualunque” tipo di film e di contenuto, anche il più efferato) i film vietati agli anni 18 possono essere trasmessi solo sulla “televisione on demand”, cioè singoli film acquistati da una “library”,e opportunamente filtrati da un blocco (si dice in modalità “opt-out”); cioè il film arriva oscurato sullo schermo e l’utente deve digitare tutte le volte un codice personalizzato e segreto in possesso solo dell’utente adulto.
Ma già, nelle opportune sedi tecniche, le televisioni stanno portando avanti la tesi che è impossibile operare in questo modo sul digitale attualmente esistente, aggirando sostanzialmente la norma. Come si vede, e non ho spazio per articolare meglio il discorso, in Italia fare leggi che poi vengono aggirate sembra quasi uno sport nazionale (e poi ci lamentiamo dell’antipolitica).
Tanto per essere più chiara, penso che la riforma della cosiddetta “censura” cinematografica che dovrebbe vedere una rappresentanza molto più forte dei genitori piuttosto che dei produttori, andrebbe vista come un tassello di una legge più ampia che dia più voce agli utenti e meno alle lobby economiche e di potere. È chiedere troppo?
23 novembre 2012