Botturi: «La salvezza non viene dalla scienza»

Il filosofo morale: una critica positiva all’ideologia del progresso e un richiamo al compito dei credenti di Elio Maraone (Avvenire)

«Un testo molto intenso, molto bello, che tocca in profondità chi lo legge. Quasi uno svolgi­mento, assieme alla prima enciclica, del te­ma già sintetizzato dal Santo Padre nel Gesù con queste pa­role: l’uomo ha bisogno di verità e di amore, di una verità che lo ami». In altre parole, secondo il professor France­sco Botturi, ordinario di Filosofia morale all’Università cat­tolica, la “Spe salvi” è una nuova tappa, e tra le più toccanti, della coerente ricerca (della verità nella luce dell’amore, o­siamo notare noi) di Benedetto XVI.

Professore – chiediamo – che altro si potrebbe aggiunge­re tentando una valutazione generale di questa encicli­ca?
Che il Papa si dirige dritto alla grande questione umana, ossia al desiderio di felicità che lo coinvolge, che lo fa an­che soffrire, ma che è insopprimibile. Per questo l’uomo non può mai, di fatto, rinunciare a un’idea di felicità, ben­ché sia consapevole della sua fragilità e della sua insuffi­cienza: per dir meglio, egli è portatore di un desiderio più grande di quanto egli stesso riesca a realizzare. È questo il paradosso dell’uomo, che il cristiano, insieme alla fede, deve testimoniare.

Di testimoniare, si potrebbe aggiungere, nel tempo della post-modernità, dopo le lunghe stagioni della moder­nità…
… che ha fallito, e il Papa lo ricorda con grande lucidità cri­tica nei brani dedicati alla Rivoluzione francese e alla Ri­voluzione comunista. Mi pare vada messo in risalto, per e­sempio, il passo che, dopo aver denunciato come «vero errore» marxiano il materialismo, con­clude che l’uomo non è soltan­to il prodotto di condizioni e­conomiche e perciò non è pos­sibile risanarlo dall’esterno creando condizioni economi­che favorevoli. Altrettanto sa­liente è, da parte del Papa, la cri­tica della fede nel progresso, cioè dell’ideologia del progres­so. Una denuncia innervata dal­la memoria degli esiti anche tragici ai quali, pure nel secolo scorso, può portare la fede nel progresso.

Si tratta, nel complesso, di un giudizio negativo sulla con­temporaneità? E, più in gene­rale, la riflessione sulla speran­za è esercizio esclusivo del pen­siero cristiano?
Non c’è alcun indugio compia­ciuto sul negativo, semmai la critica conduce sempre, sino a trovare accenti commossi, al positivo, quasi che il Papa vo­lesse far incontrare il desiderio di pienezza dell’uomo con la Pienezza, e insieme ricordarci che le cose grandi e buo­ne non sono dell’individuo, ma dell’intera famiglia uma­na. Quanto al tema della speranza, esso è, per esempio, un tema forte kantiano («Che cosa posso sperare?» è una del­le quattro domande fondamentali dell’uomo secondo Kant). La Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, ecc.) si pone il problema della necessità e della difficoltà insie­me della speranza.

Insomma, anche la parte più laica della cultura contem­poranea dovrebbe fare conti attenti, e privi di pregiudi­zio, con questa enciclica.
È quello che mi auguro, soprattutto là dove assistiamo ad una sorta di implosione del desiderio a seguito della crisi della modernità, che ha ormai compreso di dover rinun­ciare all’illusione di avere una presa totale sulla storia. C’è naturalmente chi non è d’accordo, chi mantiene vecchie posizioni o chi rinuncia consapevolmente alle «grandi» do­mande dell’uomo Ma questo non vuol dire che il Papa de­monizzi la modernità e i suoi attardati seguaci: registra un fallimento e riapre una prospettiva.

L’enciclica contiene anche una critica al cristianesimo storico.
Infatti il Papa constata che il cristianesimo moderno si è spesso ridotto o rassegnato ad accettare un ruolo di reli­gione privata, portatrice di un annuncio di salvezza indi­viduale. Con ciò, aggiunge il Papa, si restringeva l’orizzonte della sua speranza, senza riconoscere adeguatamente la grandezza del proprio compito; compito di testimonian­za della speranza per l’uomo intero e per tutti gli uomini.

Questa enciclica contiene molte frasi suggestive, memo­rabili. Lei quali citerebbe?
Vorrei sottrarmi a questo gioco. Ma, se mi costringe, direi: «Non è la scienza che dà speranza all’uomo. L’uomo vie­ne redento dall’amore divino».

1 dicembre 2007

Potrebbe piacerti anche