Caritas, per una città del «noi»

Il trentesimo anniversario dell’organismo diocesano. Obiettivi e impegni nell’intervista al nuovo direttore, monsignor Enrico Feroci, alla vigilia del trentennale. Venerdì la Messa del cardinale Vallini di Federica Cifelli

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«Per grazia di Dio, la Caritas esiste in tutte le diocesi d’Italia, ma qui a Roma quando dici “Caritas” dici inevitabilmente il nome di don Luigi Di Liegro». Parte da qui il ricordo di monsignor Enrico Feroci: da quel 10 ottobre di trent’anni fa in cui il nuovo organismo pastorale della diocesi di Roma si costituiva ufficialmente. Direttore: don Luigi Di Liegro. Presidente: il cardinale vicario Ugo Poletti. Era il 1979. «Da allora – osserva – la Caritas è stata ed è diventata sempre più una presenza significativa per l’intera città, non solo un ente che eroga servizi». Ed ora che il testimone è passato dalle mani di monsignor Guerino Di Tora – direttore della Caritas romana dalla morte di don Di Liegro, nel 1997, fino alla nomina episcopale della scorsa estate – alle sue, ne racconta sviluppi e prospettive. Con l’attenzione sempre rivolta anche al punto di origine del cammino. Le radici, e le ali.

Dopo una lunga esperienza come parroco, prima a San Frumenzio e poi a Sant’Ippolito, dal 1° settembre lei ha assunto la guida della Caritas diocesana, succedendo a monsignor Di Tora. Che tipo di eredità raccoglie?
La mia «eredità», il mio impegno, parte anzitutto dal programma pastorale che la nostra Chiesa di Roma si è data per quest’anno, tutto incentrato sulla testimonianza della carità. Parte quindi dalla verifica di quello che Dio ha operato in questa città negli ultimi 30 anni. In questo lungo periodo – per il quale lo ringrazieremo con la Messa del 9 ottobre alle 18 nella basilica lateranense presieduta dal cardinale Vallini – la Caritas è stata qualcosa di importante per Roma proprio da un punto di vista pedagogico: è sinonimo di un percorso ricco e profondo, che ha fatto del bene alla Capitale. E lo dimostra l’atteggiamento benevolo, di rispetto, che ho trovato in tutte le autorità pubbliche con le quali finora ho interagito – sindaco, prefetto e non solo – così come in tanti romani che vivono anche distanti dalle nostre comunità parrocchiali. Ecco, direi che la Caritas è stata la punta di diamante della Chiesa di Roma, e noi oggi dobbiamo lavorare per mantenerla in questa dimensione.

Continuando a lavorare sul doppio binario del servizio e, verrebbe da dire, della profezia?
Certamente. Senza dimenticare però che la grande profezia è stata Cristo: l’uomo pienamente realizzato, al quale noi guardiamo. E proprio per questo la carità per i cristiani è una forma di autorealizzazione: facendo del bene a te, io lo faccio anche a me stesso. A «noi». Ecco, in una società che investe tutto sull’«io», vogliamo sottolineare il «noi»: gli altri ci appartengono. Siamo la stessa persona. Scegliamo non la carità delle opere – che deriva comunque dalla fede – ma la carità della fede, che vuole accompagnare l’uomo a diventare veramente e pienamente partecipe della vita di Dio. A diventare Cristo.

Le «opere» vengono come conseguenza?
Sì. Il nostro compito è dare motivazioni di vita ai cristiani e alle persone in generale. Le comunità cristiane devono sentire la gioia di un annuncio bello da ridare a tutti gli uomini. Altrimenti restiamo operatori delle Nazioni Unite, assistenti sociali: tutte cose nobili e importanti, ma che non sono il nostro obiettivo. Noi dobbiamo dire, oggi, in questo tempo e a questo mondo, che c’è un futuro per l’uomo, una bellezza che Dio ci ha dato e che dobbiamo restituire a quegli uomini e a quelle donne che l’hanno persa per strada. Le comunità cristiane devono dare la gioia di sentire che camminiamo tutti insieme verso questa ricchezza. Questa è la vera carità: dare senso e significato alla vita dell’uomo. Dire che c’è un futuro.

In questa prospettiva, quali le sembra che siano le sfide più difficili da affrontare?
Anche se è poco più di un mese che lavoro con questa responsabilità pastorale, mi pare che il rischio più grave che abbiamo davanti sia quello di una società chiusa in se stessa. Enfatizzare a dismisura la sfera dell’io vuol dire implodere, senza più nessun rispetto per l’altro. Si è parlato tanto in questi giorni dell’intolleranza, degli episodi di violenza che hanno ferito la città nelle ultime settimane, e davanti ai quali si chiede ordine e polizia, leggi dure per i criminali e certezza che vengano applicate. Il rispetto della legalità è certamente un fattore determinante, ma se non si ritrova il valore che c’è in ogni persona, in ogni essere umano, non potrà mai esserci una vera armonia sociale. Penso ad esempio ai tanti incidenti stradali dovuti alla velocità eccessiva che anche a Roma ogni anno fanno contare tante, troppe vittime. E allora si parla di dissuasori, di autovelox anche in città. Credo sinceramente che non basti, se parallelamente non si lavora per una cultura del rispetto e della tutela della vita. Allo stesso modo, mi viene da dire, noi cristiani non possiamo essere un «autovelox» per la morale sociale: non basta sanzionare, dobbiamo essere propositivi, ritrovare la capacità di impegnarci in prima persona. Tutti quanti: ognuno secondo le sue possibilità.

È un compito importante, che chiama in causa direttamente anche le comunità parrocchiali, impegnate ogni giorno a portare la presenza di Cristo e della Chiesa nella vita ordinaria delle persone.
Di più: è un compito importante per ogni persona. Si tratta di imparare ad avere occhi per guardare, per scrutarsi intorno. È proprio questa la grande forza pedagogica della Caritas, la scommessa che giochiamo ogni giorno da 30 anni a questa parte: aiutare noi stessi e gli altri a «vedere», e quindi a fermarci in soccorso degli altri. In uno spirito strettamente evangelico. In questo senso, la parrocchia può essere un grande stimolo a livello pedagogico per il territorio in cui è inserita: può insegnare a convivere positivamente. Restituendo l’anima alle persone.

5 ottobre 2009

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